1 novembre 2010

Nuova generazione di arti robotici da connettere al cervello

La maggior parte dei bracci robotizzati ora in uso da alcuni amputati sono di praticità limitata, hanno solo due o tre gradi di libertà, permettendo all'utente di effettuare un solo movimento alla volta. E sono controllati con sforzo cosciente, cioè l'utente può fare poco altro mentre muove l'arto.

Una nuova generazione di protesi per arti molto più sofisticata e realistica, è stata promossa dal Dipartimento della Difesa Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), e potrebbe essere disponibile entro i prossimi cinque o dieci anni. Due prototipi diversi che si muovono con la destrezza di un arto naturale e possono teoricamente essere controllati in modo altrettanto intuitivo - con segnali elettrici registrati direttamente dal cervello - stanno iniziando i test sull'uomo.

I nuovi progetti hanno circa 20 gradi di movimento indipendente, un balzo significativo rispetto alle protesi esistenti, e possono essere azionati tramite una varietà di interfacce. Un dispositivo, sviluppato da DEKA, può essere controllato coscientemente tramite un sistema di leve in una scarpa. Ma per sfruttare appieno la destrezza di queste protesi, e farle funzionare come un vero e proprio braccio, gli scienziati vogliono controllarli con segnali cerebrali.

"Stendere la mano per l'acqua e portarla alla bocca richiede circa sette gradi di libertà. L'intero braccio ha un ordine di 25 gradi di libertà." Il gruppo di ricerca della Brown University guidati dal neuroscienziato John Donoghue, che sviluppa interfacce cervello-computer e che ha supervisionato i test precedenti di impianti corticali nei pazienti, ha ora due volontari paralizzati per testare il braccio DEKA. Mentre i ricercatori del Laboratorio di Fisica Applicata (APL) della Johns Hopkins University, hanno sviluppato un secondo braccio protesico con un repertorio ancora più grande di movimenti e hanno chiesto il permesso di iniziare i test umani. Si pensa a impianti per pazienti con lesioni al midollo spinale già nel 2011, in collaborazione con scienziati dell'University of Pittsburgh and Caltech. Fonte: Technology Review

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