7 maggio 2010

L'allegra biologia di de Grey vince il tempo? Di Andrea Vaccaro

Da quando ha vinto – o quantomeno non ha perso – la sfida Sens, il volto oltremodo barbuto del biogerontologo Aubrey de Grey compare sugli schermi televisivi e sui giornali, anche italiani, con una certa cadenza. Il guanto di detta sfida fu lanciato dall’autorevole rivista del Mit, “Technology Review”, nel febbraio 2005. De Grey aveva da poco diffuso il suo “codice Sens”, una strategia in sette mosse di non semplice ingegneria genetica per dare scacco matto all’invecchiamento biologico. La rivista americana, in sintesi, taccia lo scienziato inglese di essere un millantatore, un provocatore e uno speculatore e il suo metodo di essere «ovviamente irrealizzabile». Due mesi dopo, de Grey ha il diritto di replica che, in sostanza suona così: invece di tante offese e sberleffi, per liquidare la questione basta che indichiate dove ho sbagliato. Allora, “Technology Review” mette in palio 10.000 dollari per chi confuterà, in termini ingegneristici, il metodo Sens; de Grey ostenta la sua sicurezza e, a nome della sua Fondazione Matusalemme, rilancia sul piatto una pari somma. Dopo un anno esatto – giugno 2006 -, il verdetto della prestigiosa giuria (tra cui Rodney Brooks e Craig Venter): nessuno dei tre controargomenti pervenuti soddisfa i criteri stabiliti; nessuno si aggiudica i 20.000 dollari. E così, mentre i termini della sfida continuano ad essere validi, de Grey è “scientificamente libero” di divulgare – con uno stile tra il candido, il serio e l’ironico - il suo programma e proseguire il lavoro di «sviluppo delle tecnologie che potranno ritardare e poi sconfiggere l’invecchiamento». La competenza informatica è arrivata con la laurea in computer science a Cambridge; l’interesse per la biologia, invece, «è nato nei primi due anni di matrimonio – dice -, chiedendo ogni sera a mia moglie: ‘oggi, tesoro, cosa hai fatto?’». Adelaide, la moglie, è genetista. Dalla prospettiva di De Grey, la parte più difficile del suo impegno non è tanto l’aspetto tecnico quanto quello mentale-culturale: per lui l’invecchiamento è un problema da risolvere; per quasi tutti gli altri, è un destino, bene o male, da accettare. Per lungo tempo, confessa in Ending Aging (Porre fine all’invecchiamento, 2007), «anche io, come molti miei colleghi, ho studiato l’invecchiamento come gli storici studiano la prima guerra mondiale, un dramma disperatamente complesso su cui non ci si poteva fare assolutamente nulla». Poi si è acceso il momento “eureka” e da allora la sua attività si è trasformata in un «obbligo morale» che gli fa dichiarare: «io voglio salvare vite umane». A chi gli chiede del rischio di sovvertire il piano divino delle nascite e delle morti, egli risponde che «se Dio vuole davvero che tu muoia, un modo lo trova sempre», e così celiando apre a questioni serissime. A chi prospetta il problema della sovrappopolazione, replica che «potremo anche decidere di essere noi la prossima giovane generazione». Per chi vuol metterlo alle strette, chiedendo se pensa davvero di vivere qualche centinaio di anni, ha la consueta probabilità: «50-50, abbiamo il 50% delle possibilità di farcela entro venticinque-trenta anni. Se saremo sfortunati e scopriremo ostacoli non previsti, allora ce ne vorranno anche cento». Poi, nel bel mezzo di un’intervista, de Grey se ne esce con una qualche battuta disorientante, come quella della donna più anziana del mondo che, incalzata dai giornalisti sul segreto della sua longevità, rispose: «Perché ho deciso di smettere di fumare presto: avevo appena 111 anni!». E di nuovo non capisci se in quello che dice c’è del vero, del probabile, oppure è tutto uno scherzo.

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