26 marzo 2010

Le tre madri del postumano, di Andrea Vaccaro

Continua la ripubblicazione degli articoli di Andrea Vaccaro raccolti nella sezione Antipinocchio (il titolo della sua rubrica su l'Avvenire).

L’Antipinocchio è una figura del postumano e il postumano è la corrente culturale che ha inaugurato il terzo millennio e promette di accompagnarlo per un po’. A tagliare il nastro filosofico del ‘900 fu la sentenza del “Dio è morto”; nel 2000, l’atto è stato compiuto da un altro annuncio sensazionale, quello per cui “l’uomo è antiquato”. La morte di Dio non equivaleva ad eresia o ateismo. L’eresia si è estesa fino al Medioevo, epoca in cui si poteva avere un’idea maldestra di Dio, ma non si poteva non averne idea. L’ateismo è una “invenzione” dei secoli successivi, per chi nega, sì, Dio, ma continua a confrontarsi con Lui. “Dio è morto”, invece, segna un tempo in cui una persona può trascorrere tutta una vita intera senza mai considerare con serietà l’idea di Dio. Similmente, il postumano non è una presa di posizione pro o contro l’uomo, piuttosto la salda convinzione che “sta per uscire un nuovo modello” e, come per tutti i prodotti, quello vecchio, presto, non interesserà più a nessuno. Non è solo una cesura culturale; perfino la continuità filogenetica sarà compromessa, perché il postumano non eredita i geni, li fabbrica in laboratorio. Il postumano è l’uomo che sta cambiando pelle, e non in senso metaforico.

L’indagine genealogica sul postumano fa emergere un dato singolare: per la prima volta nella storia, i padri fondatori di una filosofia, in realtà, sono tre … “madri”. Chi altri avrebbe potuto concepire un nuovo uomo? La prima è stata Donna Haraway, docente di Storia della scienza all’Università di Santa Cruz e autrice, nel 1991, del manifesto del postumano. Propriamente, il titolo è Manifesto Cyborg, ma le aree semantiche di “cyborg” e “postumano” si sono presto fuse per indicare l’ontologia di un essere umano che è «chimera, mosaico, ibrido di macchina e organismo … prole illegittima spesso esageratamente infedele alle proprie origini … che trae godimento dalla confusione dei confini». Quindi, Katherine Hayles, docente di Letteratura alla Duke University, che nel suo Come siamo diventati postumani del 1999, pur non condividendo del tutto il piacere di Haraway, si trova costretta a documentare che «l’uomo sta per essere riconfigurato, al fine di integrarsi perfettamente con le macchine intelligenti». La terza è Natasha Vita-More, al secolo Nancie Clark, che nel 2004 ha presentato Primo Postumano. The New (human) Genre, prototipo artistico-scientifico di “uomo” che ha per pelle una elastica guaina sensibile, contiene nanorobot collegati al cervello negli organi interni, ha opzioni di sessualità multiple e ripara immediatamente i danni provocati da agenti esterni o endogeni. Non occorrono oracoli per questo destino, osserva la tecno-artista: il nuovo territorio è già stato scoperto e, si sa, agli scienziati piace investigare, ai tecnici inventare, ai giovani sperimentare, anche sui propri corpi.

L’identificazione dell’io con la sola mente e l’indipendenza di quest’ultima dal corpo (l’informazione è distinta dai supporti materiali che la veicolano) sono forse le due connotazioni maggiori di questa post-antropologia. Una conclusione quasi beffarda per la teologia cristiana. Dopo secoli trascorsi a parteggiare per l’anima in perenne competizione contro “fratello asino”, la teologia, da un tempo relativamente breve, era pervenuta ad una concezione unitaria e integrale della persona. Si era appena riallineata con la cultura antropologica contemporanea ed ecco che quest’ultima produce un ulteriore scatto, per una posizione nuovamente divergente, dualistica e di liberazione dalla materia. Una sfida, ma anche una stimolante occasione per i teologi per far vibrare ancor più il messaggio evangelico, “traducendolo” in sempre diversi linguaggi.

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