17 dicembre 2009

Nuovi amici, di Andrea Vaccaro

Continua la ripubblicazione su Estropico degli articoli di Andrea Vaccaro per la sua rubrica su l'Avvenire (l'Antipinocchio). Qui, qui e qui gli articoli precedente e qui una recente intervista a Vaccaro, su Estropico.org.

«Compiuto un altro importante passo nella robotica... raggiunto un nuovo traguardo dell’Intelligenza artificiale... è straordinario, ormai, il livello di abilità delle macchine ma, per fortuna, le capacità dell’uomo sono ancora superiori».

E’ questo lo schema tipico degli articoli che salutano i sempre più frequenti progressi delle tecnologie avanzate. Uno schema ambivalente, quasi bipolare, riflesso di un’umanità che da una parte destina le menti migliori e ingenti finanziamenti per il conseguimento di strumentazioni più abili e performanti di quanto sia l’essere umano mentre, dall’altra parte, sembra “gufare” affinché ciò non avvenga.

Non c’è da stupirsi più di tanto per quest’ultimo sentimento, perché siamo culturalmente figli di un secolo che – ante o post-bomba atomica – non è stato affatto tenero con tutto ciò che aveva un vago sapore di meccanico o di tecnologico.

I manuali di filosofia novecentesca rigurgitano di esempi e accuse sferzanti contro la tecnica. Per O. Spengler, la sua fioritura è causa-effetto del “tramonto dell’Occidente”; per M. Weber, essa è una delle principali concause del disincantamento del mondo; per J. Huizinga, è motivo di quell’“infantilismo umano” che fa da pendant al “primitivismo tecnicizzato” di J. Ortega y Gasset; per M. Horkheimer, essa produce la “catena di montaggio” anche delle idee della massa; per
H. Arendt, provoca la perdita delle funzioni pensanti, giudizio che rende flebile eco alla voce ancor più angosciante di M. Heidegger, per cui la tecnica è linearmente sinonimo di “nullificazione dell’Essere”, cioè di “nichilismo”, fase ultima della parabola metafisica occidentale.

A drammatizzare e divulgare l’opposizione uomo-macchina ha poi pensato il cinema, dove occorre indagare sottilmente per riuscire a trovare un robot o un cyborg che non abbia come scopo ultimo il soggiogare con la violenza l’umano creatore.

Una nuova figura del rapporto uomo-macchina è, però, venuta di recente a profilarsi, con un aspetto assai più gentile e conciliante. Una figura che trova il suo connotato più esplicito nel principio dell’AI friendly, “Intelligenza artificiale amichevole”, coniato da Eliezer Yudkowsky, co-fondatore del SIAI (Singularity Institute for AI) e autore di vari articoli in cui promuove una «disposizione benevola» verso la nascente IA, dimodoché essa sia portata a contraccambiare il “sentimento” appena sarà cresciuta. L’origine di questo nuovo atteggiamento è in un libro sulla robotica del 1995 che Hans Moravec osò intitolare Mind Children: «le future macchine verranno cresciute da noi, impareranno i nostri comportamenti, condivideranno i nostri obiettivi e valori, potranno essere visti come bambini delle nostre menti». Barry Ptolomy, regista del docu-film Transcendent Man, prosegue nella metafora della paternità, prevedendo che queste “menti bambine” assorbiranno tutto da noi, ci capiranno e poi ci assisteranno “personalmente” come buoni figli con i genitori e non ci lasceranno mai soli. Con un’audacia massima, che traspare già dal titolo del capitolo Robot: Child of God del suo libro del 2000, Anne Foerst tira ancora di più il ragionamento: l’accoglienza o l’aggressività, la fiducia o l’arroganza che riversiamo verso le piccole cose “intelligenti” sono riflesso e palestra del modo con cui guardiamo all’Altro, segnatamente allo straniero.

Dovrò fare più attenzione alle interiezioni quando il mio computer fa le bizze (come un bambino) o non “capisce” quello che gli richiedo (come accade tra chi parla lingue diverse). Hai visto mai che, magari, per davvero...

1 commento:

Bugbear ha detto...

riflessione intelligente.

mi ha sempre incuriosito questo aspetto particolare della nostra mente: se io educo un'intelligenza, non farò altro che inferire a quest'intelligenza i semi di me, dei miei pregi e difetti, delle mie storture e illuminazioni.

se un gruppo di persone illuminate si mettono a pensare assieme, potrebbero riuscire a bilanciare quest'effetto, almeno in parte, raggiungendo in astrazione un' "educazione" molto migliore per quest'intelligenza, ma quando andrannno a trasmetterla potrebbero esserci dei lost-in-translation e, ancora una volta, dei vizi

ciò che le persone del SIAI stanno facendo pertanto è ammirevole, e mi incuriosisce come riflessione sull'intelligenza, prima ancora che sull'intelligenza artificiale: stanno cercando di trovare un metodo per educare un'intelligenza ad essere pura e positiva...ma se trovano un metodo di questo tipo andrebbe usato anche nelle scuole! andrebbe testato anche sulle classi politiche, prima ancora che sui computers!