10 settembre 2009

Live-blogging da: L'idea dell'immortalita' terrena. Una nuova sfida per la teologia (3)

Ecco il terzo post di Andrea Vaccaro dalla Settimana Teologica di Pistoia sul tema dell'immortalita' fisica (i due post precedenti, sugli interventi di Vaccaro e di Aldo Schiavone, sono qui e qui, rispettivamente). Ma prima di venire al sodo, un'anticipazione: Max More e James Hughes hanno inviato un contributo alla settimana teologica, che sara' presentato (in traduzione italiana a cura del sottoscritto) venerdì 11 settembre, e che arrivera' su EstropicoBlog appena possibile. L'interesse dimostrato da due leader del transumanesimo internazionale quali More e Hughes (uno ateo, l'altro buddista), mi sembra confermare l'importanza di questa apertura del mondo cattolico ai "nostri" temi, nonche' un bell'esempio di apertura mentale - da entrambe le parti...

Immortalità terrena: choc o gioia per la teologia?
Pistoia 9 settembre 2009
Intervento di Stefano Grossi (stralci)

A) Premessa

Una piccola nota di storia della teologia. Anche la teologia conosce a questo proposito quella che con una certa approssimazione potremmo chiamare una tesi contro fattuale: i doni preternaturali concessi alla prima umanità e persi a causa del peccato originale. Tra essi vengono annoverati: l’integrità come libertà dalla concupiscenza; la libertà dalla necessità della morte; il dono della scienza e dell’impassibilità. Pur ricordandoci che nel linguaggio biblico vita e morte non hanno esclusivamente né primariamente una connotazione biologica, ma religiosa (basti confrontare Dt 30,15-16: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso») annoverare la libertà dalla necessità della morte tra i doni preternaturali significa riconoscere che tale situazione non oltrepassa di per sé la potenzialità della natura umana anche se non è corretto tradurle immediatamente in qualità materiali dell’umanità. Con un accostamento un po’ ardito saltiamo al preambolo del Novum Organum di Francesco Bacone: «Per il peccato originale l’uomo perse l’innocenza e decadde dal dominio del creato. Ambedue queste perdite possono ripararsi, almeno in parte, anche in questa vita: l’innocenza con la religione e con la fede, il dominio con le arti e con le scienze». Non appare così troppo ardito pensare che di fronte alle attuali ricerche sull’immortalità terrena la teologia cattolica possa avere uno sguardo positivo anche se critico?

1) I confini del problema

La questione di cosa la riflessione teologica potrebbe pensare sulla e della immortalità terrena degli esseri umani si colloca sul piano della “fantateologia” o, per dirla in linguaggio più tecnico, nel campo del contro fattuale. Infatti allo stadio attuale delle conoscenze non siamo in grado di dire se sia possibile superare il limite dei 120-130 anni che viene considerato come l’età massima a cui la nostra struttura biologica può giungere. Siamo ancora a domandarci se il limite sia superabile: non è un fatto già accertato, anche se vi sono ricercatori che lo considerano un dato e non un’ipotesi.

2) La domanda fondamentale

In questo orizzonte allora la domanda fondamentale potrebbe formularsi in questo modo :

Cosa cambierebbe (potrebbe o dovrebbe cambiare) nella riflessione teologica nel momento in cui fosse possibile prolungare indefinitamente e in modo umano l’esistenza psicofisica degli esseri umani?

...

In questa formulazione occorre evidenziare due elementi che ne precisano il senso: il prolungamento indefinito e il modo umano.

Perché queste ricerche pongano una domanda rilevante alla riflessione teologica non basta che vi possa essere un qualsiasi prolungamento dell’età degli esseri umani, ma che ad esso non vi sia limite. Anche il raggiungimento di una soglia avanzatissima di età quale i 1000 anni mentre creerebbe sicuramente problemi in campo giuridico, politico, economico, sociale, etico concettualmente non presenta problemi per la speculazione teologica: un fattore di scala 10 costituisce comunque una quantità trascurabile nei confronti dei tempi geologici e dell’evoluzione biologica e cosmica e, in ogni caso, sposterebbe la situazione di vecchiaia e di morte un po’ in avanti o anche molto in avanti, ma non li eliminerebbe (verrebbe da commentare con la Scrittura: «ai tuoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato»). Quindi un’interrogazione importante può avvenire nel momento in cui si dimostrasse possibile un prolungamento infinito: una semi-immortalità non ci interessa.

Oltre a questo è abbastanza evidente che non possiamo accontentarci di una qualsiasi vita indefinita, ma ne vogliamo una che sia umanamente degna di essere vissuta: la sopravvivenza pura e semplice non appare un’ipotesi particolarmente attraente se non è unita alla possibilità di vivere un’esistenza che realizzi e promuova la nostra umanità in qualsiasi modo si voglia definire l’umano dell’uomo, ciò che ci realizza come esseri umani. L’immortalità terrena deve essere accompagnata dall’eterna giovinezza, altrimenti rischia di essere più condanna che gioia.

C’è tuttavia un terzo lato problematico che non emerge direttamente dalla domanda fondamentale così come l’ho formulata, ma che nasce in conseguenza di essa (e che molti studiosi e ricercatori) hanno ben presente: l’immortalità terrena e la perenne giovinezza non ci garantiscono ancora contro la morte, ma solo da quella per cause biologiche. Infatti in linea di principio ogni essere umano rimane mortale e anche la specie umana nel suo complesso.

Enunciamola in modo più concettuale: una vita biologicamente illimitata annulla la morte per cause naturali, ma non elimina la condizione di mortalità degli esseri umani. Vosì l’escatologia cristiana dell’avvento del Regno e della nuova creazione in Cristo mantiene comunque un proprio specifico nella risurrezione come superamento definitivo della condizione stessa di mortalità.

Infatti sia il singolo che la specie umana può sempre incorrere in incidenti (volontari o involontari che siano, compresa la distruzione nucleare) che segnano accidentalmente la sua sparizione non recuperabile. Quindi non sarebbe in ogni caso un’assoluta impossibilità di morire, ma solo quella relativa ai normali meccanismi biologici che regolano l’esistenza dei viventi sessuati. Pretendere dalla ricerca scientifica anche l’invulnerabilità totale pare una richiesta effettivamente eccessiva. Oltre alle cause accidentali di morte occorre anche ricordarci che la nostra esistenza è legata al pianeta Terra, alle sue vicende, alla vita della stella Sole e, più in generale, ai destini dell’universo cui apparteniamo. Ora tutte queste entità da cui dipende la nostra esistenza hanno una vita finita: i calcoli possono variare secondo i modelli teorici che adottiamo per formulare le previsioni, ma siamo ragionevolmente sicuri che entro 1-4 miliardi di anni il nostro Sole subirà una serie di trasformazioni che lo porteranno a espandersi fino a inglobare la Terra. Così come siamo ragionevolmente certi che il nostro universo nei prossimi 15-20 miliardi di anni si estinguerà. È vero che questa scala temporale ci lascia emotivamente abbastanza indifferenti, ma dal punto di vista strettamente concettuale dice che in ogni caso l’espressione «immortalità terrena» richiede molta cautela a meno che non la vogliamo utilizzare in modo puramente evocativo, ma in tal caso ne riduciamo fortemente la capacità di produrre significative interrogazioni per il pensiero speculativo.

3) Alcuni ambiti e temi che potrebbero interrogare la riflessione teologica

Continuo a ricordare che vorrei muovermi nell’ambito del pensiero speculativo tralasciando questioni di tipo etico normativo o influenze psicologiche, sociali, economiche e quant’altro. Anche con questa limitazione di prospettiva non è possibile, tuttavia, non accennare alla questione dei possibili modi tecnici attraverso cui dovrebbe essere perseguita e realizzata l’«immortalità terrena» perché essi potrebbero porre interrogativi diversi alla riflessione teologica. Un esempio per chiarire questo punto (che ritroveremo anche un po’ più avanti). Se l’immortalità terrena fosse possibile attraverso una metodica di backup della mente e di restore in un nuovo corpo (clone o totalmente artificiale) si porrebbe il problema del mantenimento dell’identità individuale e della sua unicità. Una simile questione, invece, verrebbe evitata da metodiche che realizzassero l’immortalità attraverso uno sviluppo di meccanismi di autoriparazione dell’individuo.

Poniamoci quindi nell’ipotesi contro fattuale che sia stata resa possibile l’immortalità terrena per gli esseri umani e proviamo ad articolare qualche ambito tematico in cui articolare la domanda fondamentale.

In primo luogo si pone una questione di linguaggio e di ripensare il senso e l’uso dei linguaggi biblici e liturgici: penso – lo dico in modo semiserio – in prima battuta al Salmo 90 (89): «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione, passano presto e noi voliamo via». Ma anche alla simbolica battesimale con le varie espressioni di inserimento nella morte e resurrezione di Cristo. Ci vorrebbe anche un lavoro di revisione concettuale su espressioni come contingenza, creaturalità, finitudine, divenire ed eternità, risurrezioni dei corpi e così via.

In secondo luogo – anche se questa non è una novità vera e propria – c’è un piano epistemologico da affrontare: ovvero come muta il rapporto tra teorie e scoperte scientifiche e teologia. È innegabile che stiamo sempre più osservando ciò che Karl Rahner aveva avvertito in un saggio del 1981 Scienze Naturali e Fede Razionale (in K. RAHNER, Scienza e fede Cristiana, Nuovi Saggi IX, Edizioni Paoline, Roma 1984, 29-84) come la pretesa delle scienze della natura di dialogare direttamente con la teologia senza passare attraverso la mediazione filosofica, ovvero rivendicando un preciso valore teoretico ed ontologico (non solo fenomenico) anche per scoperte e realizzazioni particolari. D’altra parte l’epistemologia della scienza da Kuhn in poi ci ha resi sempre più avvertiti che ogni osservazione è carica di teoria.

In terzo luogo direi che vi sono le questioni antropologiche sull’identità, sulla corporeità, sull’esser persona, sul senso del divenire persone che teologicamente si possono inserire nella prospettiva dell’essere a immagine e somiglianza di Dio; un’immagine e una somiglianza che si specificano e si concretizzano nel divenire figli nell’unigenito Figlio Gesù.

A tali questioni si collegano necessariamente quelle escatologiche del senso della morte; senso e valore di un perfezionamento ultraterreno; della resurrezione e giudizio finale; del Regno dei Cieli.

Certo che nell’ipotesi dell’immortalità terrena dovremmo cogliere un salutare stimolo a purificare alcune concettualizzazioni teologiche dai legami con una precompressione dell’esistenza umana segnata inesorabilmente dalla morte. Si potrebbero anche avere esiti paradossali – di una verità che si afferma sotto l’aspetto di una contraddizione – ma non per questo meno interessanti. Lo scegliere di morire rinunciando all’immortalità terrena per accedere a quella ultraterrena dovrebbe essere considerato un gesto eminente di fede: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35). E forse, anche da un punto di vista etico si potrebbero avere interessanti effetti, perché uno dei limiti pratici allo sviluppo di soluzioni a lunga gittata nel campo dei principali problemi globali spesso dipende da un assunto attualmente indiscutibile: «sul lungo periodo siamo tutti morti…» che venendo meno potrebbe costringere a sviluppare un interesse più marcato per la soluzione di emergenze globali future i cui effetti comunque saremmo costretti a subire, anche nel lungo periodo! Ancora, l’immortalità terrena potrebbe aiutarci a dare concretezza al desiderio paolino espresso in 2Cor 5,1-4:

«Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. 2Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: 3a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. 4In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita».

...

Un’ultima questione antropologica a partire dall’uomo come persona [prescindiamo in questo contesto dalle diverse definizioni e modalità con cui si è cercato e si cerca di comprendere l’esser persona…]. Esser persona non è solo un modo di essere ma anche una vocazione a sviluppare e diventare persona, cioè soggetto capace di orientarsi teoricamente (conoscere) e praticamente (operare) verso il Bene così che la propria esistenza, insieme a quella degli altri uomini, si muova verso quella felicità che possiamo indicare fine ultimo di compimento della propria ed altrui umanità. Non è ancora la Beatitudine del Regno, la piena comunione con Dio e le altre creature, che ci attendiamo come dono gratuito e immeritato, ma è comunque un valore da perseguire e promuovere. Il prolungamento indefinito dell’esistenza terrena dell’uomo non richiederebbe un proporzionale incremento della responsabilità etica? Oppure si rischierebbe un “dilettantismo” morale esasperato? Una vita infinita consente anche un rimando infinito nel sentirsi responsabili per la propria e l’altrui esistenza? Oppure la favorirebbe dovendo considerare che molto difficilmente potrei sfuggire agli effetti negativi del mio agire?

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