25 aprile 2009

In mezzo ai Maltusiani

Un giornalista della rivista online inglese Spiked si e' ritrovato ad una conferenza dell'Optimum Population Trust, un'organizzazione secondo la quale la Terra non potra' sostenere la popolazione prevista per il 2050 e che vorrebbe portare la popolazione della Gran Bretagna dagli attuali 60 milioni ad un livello tra i 17 e i 27 milioni... E le loro mire per il pianeta sono di passare dai 6,8 miliardi attuali ad un livello fra i 2,7 e i 5,1 miliardi. L'articolo (Mixing with Malthusians) nota pero' una sospetta attenzione, alla conferenza, per la crescita degli "altri" (cinesi, indiani, etc) e si conclude con un'osservazione che io do' assolutamente per scontata, ma che ovviamente non e' tanto compresa e diffusa quanto dovrebbe. I maltusiani, vecchi e nuovi, commettono un semplice ma importantissimo errore: pensano che, man mano che la popolazione crescera', tutto il resto rimarra' invariato. Progresso e innovazione, per loro, non avrebbero un impatto degno di nota e preferiscono ignorare il fatto che la popolazione mondiale di oggi non avrebbe potuto sopravvivere con l'agricoltura degli anni '50. Quest'enorme falla nell'equazione maltusiana spiega come mai le loro previsioni da Malthus, a Ehrlich, ai democatastrofisti di oggi, continuino a dimostrarsi sbagliate... Ad ogni modo, personalmente sono molto piu' preoccupato del tasso del progresso tecnoscientifico (non rapido quanto vorrei) che della fantomatica esplosione demografica, ma d'altra parte cosa ci si puo' aspettare da un blog intitolato "estropico" e che ha "l'espansione infinita nell'universo" fra i suoi valori di base? :-) Meglio lasciare i democatastrofisti a contemplare il logico capolinea della loro ideologia e andarsi a rileggere The Ultimate Resource...

4 commenti:

utopista razionale ha detto...

Bisogna considerare almeno due punti di vista differenti: quello di chi vive in città e quello di chi vive in piccoli centri o in campagna.

Per chi vive in città, una popolazione mondiale anche di qualche decina di miliardi non creerebbe grandi cambiamenti.
Per la campagna, invece, sarebbe la fine.

Costringere l'intera popolazione nelle città, o in quello che le potrebbe sostituire, toglierebbe a coloro che hanno bisogno di più spazio vitale la possibilità di una vita serena e causerebbe un drastico aumento dei comportamenti antisociali.

L'equilibrio sociale e la ricchezza culturale passano anche attraverso l'offerta di una molteplicità di nicchie ecologiche.

Ovviamente la ricchezza culturale si avvantaggia anche della quantità complessiva di popolazione, ma una bassa qualità della vita e una ridotta pluralità di modelli culturali potrebbero inficiare i benefici dati dalla molteplicità di individui.

extropolitca ha detto...

Da pochi mesi la maggioranza della popolazione mondiale vive in agglomerati urbani e non più in campagna. Questo trend continuerà in futuro ed è il principale motivo della diminuzione della fertilità mondiale. In generale la popolazione mondiale preferisce vivere in città perché ha dei vantaggi innegabili rispetto alla campagna (che non è la campagna italiana o erupea, ma la campagna africana, del Pakistan, dello Yemen o della Mongolia) e si sta spostando di conseguenza.

Un modo di interpretare i tanti scontri religiosi, etnici, sociali è anche quello di vederli come un effetto dell'adattamento della popolazione alla vita in città proveniendo dalla campagna. Molti tratti psicologici / comportamentali utili in campagna sono dannosi in città e quindi saranno, volente o nolente, selezionati negativamente. La selezione naturale non dorme mai.

La ricchezza culturale è più semplice da preservare in città che in campagna, perché è possibile, sopratutto oggi, trovare in città un numero critico di persone per creare o mantenere una certa cultura o costume. La campagna è perfetta per tenere una monocultura in ogni zona, fino a che queste sono relativamente separate.

I comportamenti antisociali, per altro, vanno semplicemente repressi, non confinati alla campagna. Anche perché, se non ce ne siamo accorti, la campagna del mondo si sta riversando in città, che lo si desideri oppure no.

utopista razionale ha detto...

Su molte cose d'accordo con extropolitca, ma bisogna considerare che anche le grandi città e megalopoli emergenti di quei luoghi sono assai diverse dalle nostre città: ciò che per noi è periferia degradata, per loro è quartiere del ceto medio ... il resto ...

Un altro elemento è che le tante culture che una città può supportare sono comunque sottoculture (in senso puramente classificatorio) di una sola cultura (o poche di più).

La ricchezza della campagna (e degli altri luoghi naturali o a bassa antropizzazione) è qualcosa che non ci possiamo permettere di perdere, sarebbe come amputarci di un pezzo della nostra stessa umanità. Siamo su estropico, no? E l'essenza dell'estropia è aggiungere, non togliere.

extropolitca ha detto...

Il problema è che per andare in qualsiasi parte del mondo, ormai, ci vogliono ore, al massimo pochi giorni. Difficile che degli habitat non vengano influenzati in qualche modo più o meno profondo.
L'unico modo per mantenere una diversità culturale e permettere l'evoluzione di culture a se stanti è di espandere il "mondo". Cioè espanderci nello spazio.