4 maggio 2017

Post-umano e Cristianesimo: esproprio o traduzione? Di Andrea Vaccaro

Coincidenze transumaniste: il 24 aprile citavo Andrea Vaccaro parlando delle innegabili somiglianze fra transumanesimo e cristianesimo (vedi Il dio nella macchina: il mio strano viaggio nel transumanesimo), senza sapere che, il 23 aprile, Vaccaro aveva pubblicato su l'Avvenire un articolo sullo stesso tema! Quello che mi sembra particolarmente interessante e' come un ateo (il sottoscritto) e un credente (e teologo), quale Vaccaro, possano arrivare a conclusioni simili partendo da basi opposte... Ecco l'articolo:

POST-UMANO E CRISTIANESIMO: ESPROPRIO O TRADUZIONE?

In “Avvenire” , 23 aprile 2017, p. 23, con il titolo “Il Cyborg 'copia' la teologia?”

Negli anni '60 Henry de Lubac, confrontandosi con la tendenza filosofica allora in auge, chiedeva: “In quale libro eterno i marxisti hanno letto quel senso della storia che stabiliscono con tanta sicurezza? Chi ha mai potuto predir loro il definitivo trionfo della Libertà e dell'Armonia?”. Con un compiacimento neppure dissimulato, il teologo rimarcava così la dipendenza concettuale che il materialismo dialettico doveva tributare alla promessa cristiana. Il testo di De Lubac in questione s'intitola Alla ricerca dell'uomo nuovo. Dopo circa cinquant'anni la filosofia è sempre impegnata nell'indovinare quale sarà 'l'uomo nuovo' che, nella fattispecie, ha i tratti del post-umano. Anche adesso la teologia avrebbe, per così dire, 'gioco facile' nel rimarcare l'ombra lunga del cristianesimo che si stende sulla filosofia post-umanista, ma il problema consiste nel fatto che il gioco è, per l'appunto, 'talmente facile' che non possono non sorgere altri sospetti e un po' d'inquietudine. Quello che sorprende, insomma, e interpella del post-umano è l'abbondanza, perfino eccessiva, delle categorie di derivazione cristiana che ritornano, in maniera ben distinta, nel suo discorso. Mutuando lo schema scandito da De Lubac si potrebbe chiedere: da dove ha preso Ray Kurzweil la convinzione che ogni granello di materia sarà reso intelligente se non dal principio cristiano del Logos origine e ricapitolazione del Tutto? Da dove deriva l'immagine di Francis Heylighen dell'avvento di un Super-Organismo, o Creatura Planetaria, unione e connessione di tutti i cervelli individuali se non dal principio giovanneo del “tutti saremo una cosa sola”? Quale tesi attualizzano Nick Bostrom e i vari assertori del mind uploading – il caricamento del pattern di un cervello umano nel computer – se non il dogma dell'anima forma corporis? Chi citano implicitamente Aubrey de Grey e i visionari di un'imminente immortalità terrena se non colui che, per primo nella storia, ha promesso all'essere umano una vita senza fine? Che cosa ripete – per mettere fine all'elenco – Yuval Noah Harari con il suo provocatorio Homo Deus (Penguin 2016) se non il principio che tornava quasi come un refrain presso tutti i Padri della Chiesa orientali ed occidentali: “Dio è diventato uomo affinché l'essere umano possa diventare Dio”? È proprio inevitabile che tali post-umanisti s'impossessino del linguaggio della deificazione umana lasciando interdetti e per certi versi infastiditi coloro che l'hanno creduta già da due millenni?


Per quanto l'analisi si faccia minuziosa, sembra proprio non potersi trovare un'enunciazione della filosofia post-umanista che non dipenda dal deposito della dottrina cristiana. Risulta però felice l'espressione 'dipendere' o sarebbero più appropriati, per questo collegamento, i verbi 'saccheggiare', 'scimmiottare' (in negativo), o 'attualizzare', 'ringiovanire' (in positivo) o, in forma più neutrale, 'tradurre'? Quando Amnon Eden, tra le sue Ipotesi singolaritiane, descrive il rapimento ascensionale dell'essere umano condotto dall'esponenzialità tecnologica (technological rapture) non si ha l'impressione che il mito tecnologico traduca nel suo linguaggio peculiare ciò che il linguaggio biblico raccontava come il carro dai cavalli di fuoco che rapisce Elia verso il Cielo? Un tale parallelismo è messo solitamente in crisi dall'obiezione per cui nel post-umano manca totalmente l'idea di Dio e quindi l'uomo si salverebbe da solo, come in ogni tipo di super-omismo, positivismo o prometeismo che ha calcato la scena della storia. Nella galassia post-umanista, però, è al contrario ben presente la limitatezza congenita dell'essere umano, tanto che questi deve necessariamente ricorrere ad un tipo di Intelligenza extra, ora detta Artificiale, per compiere il balzo verso la trascendenza. L'essere post-umano sa di essere solo parte di un Progetto più ampio che lo oltrepassa e lo guida. Da decenni ormai i filosofi della tecnologia concordano nel rilevare che non è più l'essere umano a guidare la Storia, perché è proprio la Tecnica ad avergli sottratto le redini, e l'identità della Tecnica, in questo contesto, è piuttosto opaca e interpretabile. Per di più la galassia post-umanista (singolaritiani, estropiani, cosmisti …) non è neppure unanimemente atea e frequentemente, nella sua letteratura, ricorre il riferimento a Dio, sebbene principalmente solo come punto d'arrivo della storia. Non è certo utile nascondere le differenze e le contrapposizioni, ma potrebbe aprire prospettive interessanti leggere il post-umanesimo come 'traduzione' in altro linguaggio di assunti cristiani basilari quali il desiderio di trascendenza, la coscienza della limitatezza, ma anche dell'unicità dell'essere umano, la speranza di una vita senza fine e senza pena. Emana sempre il suo fascino l'idea che certe costanti spirituali viaggino nel tempo: abbiano indossato prima la 'tremenda' simbologia semita e poi la sofisticata concettualità greca, siano state quindi vagliate nel crogiolo della secolarizzazione demitizzante e si presentino adesso, esse stesse, truccate con il look della cyber-mitologia post-umanista.

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