23 gennaio 2015

Gli anni passano... Brevi riflessioni di fine anno di un longevista frustrato (2)

Il commento di un lettore al mio Gli anni passano... Brevi riflessioni di fine anno di un longevista frustrato mi ha spinto ad una serie di ulteriori riflessioni (o piu' probabilmente oziose divagazioni...) sul tema dell'immortalismo.

Chissa', magari qualcuno potrebbe trovarle di vago interesse.

Dal commento in questione:
Per ora e ancora per lungo tempo, per vivere bene e' fondamentale prendere atto dell' impermanenza delle cose del mondo, vita umana compresa. Seguo il credo di Tehilard de Chardin, che ben concilia estropismo e fede con relativa accettazione della morte.
Comincio col chiarire che l'accettazione della morte nel contesto di una fede religiosa non e' per me, non essendo io persona di fede e pur ammirando gli scritti di de Chardin. Nonostante questo, sono meno in disaccordo con quanto sopra di quanto un lettore abituale potrebbe immaginare...

La prima ragione e' il sospetto che la mia generazione (baby-boomer, anche se tardo) potrebbe essere l'ultima a perdere il treno della tecnosalvazione (crionica a parte). Ma al di la' dell'eta', non mancano certo altre ragioni per cui le aspettative di vita illimitate che prospettiamo potrebbero sfuggirci. Ragioni che vanno dal personale al globale, siano esse un banale incidente che coinvolge una singola persona, o l'avverarsi di un rischio esistenziale.

Sembrera' una contraddizione, ma ritengo che il nutrire la speranza di un futuro in cui non avremo piu' una data di scadenza, possa convivere con quel livello di stoicismo necessario ad accettare la possibilita' che quel futuro potrebbe sfuggirci, nonostante tutti i nostri sforzi. L'alternativa sarebbe una vita vissuta fra ansie e paranoia... Ma come gia' discusso, questo non e' lo stoicismo sterile dell'ateo tipico, e' il pessimismo della ragione accompagnato dall'ottimismo della volonta' - in salsa longevista...

3 commenti:

Cesare ha detto...

Sono l' autore del commento cui hai fatto riferimento: mi fa piacere quindi vedere il proseguio dell' argomentazione.

Beh, con questo "seconda parte" chiarisci molto meglio la tua posizione, che trovo assai condivisibile.

Interessante notare come le nostre posizioni, una da credente e l' altra no, convivano in modo assai sereno e compatibile in materia di longevismo.

Il mio timore nei confronti delle eccessive aspettative sulla semi-immortalita' e' che tale posizione porti, nella concreta quotidianita', ad un atteggiamento passivo nei confronti dello scorrere del tempo (che resta tiranno).

Leggevo recentemente il libretto "20.000 Days and Counting", ricco di molte semplici verita'. Lo consiglio vivamente a qualsiasi immortalista. Un capitoletto si intitola "If we can learn how to die, we'll know how to live" e rende bene il concetto.

Estropico ha detto...

Ciao Cesare, grazie per il commento. Direi che siamo arrivati alle stesse conclusioni da due punti di partenza diversi. Infatti, seconde me, sia le aspettative sulla semi-immortalita' che quelle sulla vita eterna metafisica possono portare ad un simile atteggiamento passivo nei confronti dello scorrere del tempo.

Il che sottolinea come transumanesimo, immortalismo, etc, offrano risposte ad alcune delle stesse domande poste dalle religioni. In realta' volevo toccare anche su questo tasto nel mio articolo, ma a volte si rischia di mettere troppa carne al fuoco e di diluire il messaggio centrale.

Ciao,
Fabio

Cesare ha detto...

In linea teorica entrambe le posizioni potrebbero portare ad un atteggiamento passivo. Ma le religioni con le proprie dottrine spingono anche ad un atteggiamento propositivo (come segno di rispetto nei confronti della divinita'), mentre l' immortalismo transumanista e' laico e non si esprime a favore di attivita' o passivita'.

In realta' pero' anche l' immortalismo tratta di semi-immortalita' e non di immortalita', quindi il concetto proposto (conoscere la morte per sfruttare al meglio la vita) resta valido.

Approfitto per introdurre un' altra tematica, imparentata a quella in discussione: la scarsita' come strumento di apprezzamento. Nei campi dove regna l' abbondanza, l' uomo tende a non apprezzare. O che sia solo una fase di passaggio? Io credo di si'. Dopo un' iniziale disinteresse per quanto non-piu'-raro, successivamente si puo' riscoprire il suo vero valore intrinseco.