12 marzo 2013

L'intelligenza ripudia l'idea della morte (1)

Su alcune riviste scientifiche di questo mese è riportata una notizia abbastanza interessante: la prima forma di sepoltura umana, compiuta da uomini anatomicamente moderni (ovvero appartenenti al nostro ceppo Sapiens Sapiens) risalirebbe a ben 100.000 anni fa. In particolare il sito di ritrovamento è nella Palestina presso le cave di Skhul e Qafzeh.

Cosa significa questo? In generale significa che già in quella remotissima epoca (parliamo dell'età della pietra), l'emergere di una intelligenza di tipologia superiore rispetto a quella animale, quindi di una coscienza più vasta, unitamente allo sviluppo del pensiero simbolico, devono aver favorito una capacità di astrazione che ha portato quei primi esseri umani a interrogarsi su se stessi e sul significato della propria vita. In altre parole la capacità di autoanalisi che essi hanno sviluppato ha posto loro per la prima volta il "problema della morte". Un animale quando vede morire un proprio simile non vi fa caso più di tanto o tutt'al più, se si tratta di un suo cucciolo, lo veglia per poco per poi abbandonarlo. Al contrario l'interiorizzazione di questo evento nell'essere umano dotato di intelligenza produce una sorta di conflitto: "perché la mia compagna, che è stata con me per tanti anni, ora è morta? Accadrà anche a me? Morirò anche io un giorno?"

Si tratta di un conflitto interiore particolarmente intenso in un essere intelligente poiché esso, a differenza dell'animale, è capace di "proiettare" introspettivamente nel suo futuro questo evento. Da qui questi primi umani si posero il problema di come "interpretare la morte". La loro risposta a questa difficile problematica fu quella di realizzare una sublimazione. In termini psicanalitici ciò equivale a trasporre il problema a un livello più alto in modo da non doverlo affrontare nei termini della pura logica. Ecco nascere quindi il complesso rito della sepoltura che serviva a rendere merito al defunto (o alla defunta) per il contributo che aveva dato nel gruppo familiare e nella vita sociale durante la sua esistenza. Ma al di là di questo, soprattutto tale ritualità era realizzata perché essi pensavano che la vita del trapassato non potesse essersi davvero arrestata in modo così brutale.

In altre parole l'idea della morte per un essere dotato di intelligenza doveva risultare assolutamente inaccettabile. Di qui la necessità di sublimare tale evento con una complessa ritualizzazione: le esequie funebri. La sepoltura del defunto sarebbe servita a sottrarre il suo corpo ai predatori e agli agenti atmosferici, come a proteggerlo da essi. Quindi questo è indicativo del fatto che essi non concepissero la salma come un essere inanimato ma come uno di loro che andava salvaguardato.
Un ritrovamento più recente, risalente a 12.000 anni fa, vede dei sapiens seppellire una vecchia zoppa che i paleontologi hanno pensato potesse essere la sciamana del gruppo. Il complesso rito aveva previsto anche l'uccisione di un bovide (uro) oggi estinto e le cui ossa sono state ritrovate nello stesso sito. E' da pensare dunque che i nostri antenati, fin dall'alba dei tempi non poterono accettare la morte così com'è. Ecco perché interveniva lo sciamano dicendo loro: non è veramente morto! Vedrete che la sua "anima" è ancora tra noi e un giorno tornerà.

Ma questo, se ci si pensa, non è forse quello che ci dicono ancor oggi, a distanza di ben 1.000 secoli, i papi, gli imam e i rabbini? Non sono forse anch'essi dei moderni "sciamani" che tentano di farci accettare un'idea, quella della propria scomparsa dal mondo, non come un "the end" definitivo ma come una sorta di trapasso verso una vita migliore? In questo senso però agli sciamani di tutte le epoche nella storia dell'umanità va almeno riconosciuta la funzione sociale di contenere la disperazione e di dare una speranza e una coesione al gruppo umano che con altre metodologie sarebbero state impossibili.

Se queste considerazioni sono vere ne consegue che con il continuare dell'evoluzione dell'intelligenza e con lo sviluppo di forme di collaborazione tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale il "problema della morte" non potrà più essere affrontato attraverso una sublimazione. Quante persone colte credono ancor oggi alla resurrezione dei morti? In quanti credono veramente di poter rivedere un giorno il vita i propri cari trapassati e poterli riabbracciare? E' molto probabile dunque che tale problema venga in futuro affrontato non più con i (limitati) mezzi dello sciamano ma con gli strumenti che ci mette a disposizione la scienza e la tecnologia. Man mano che le conoscenze progrediranno vedremo gli uomini appoggiarsi sempre più a filosofie come l'estropianesimo e/o il transumanesimo che aprono nuovi orizzonti verso metodologie che consentirebbero una "migrazione" della nostra coscienza su nuovi tipi di supporti biologici o artificiali. "Raggiungeremo l'immortalità elettronica", recitava il grande Arthur C. Clarke. Qui la sua famosa intervista al Corriere della Sera di qualche anno fa.

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