4 febbraio 2013

Spunta l’ecopragmatismo in sostituzione dell’ambientalismo restrittivo ed incompleto, di Carlo Pelanda

Dovrei passare piu' spesso dal sito del Prof. Carlo Pelanda. Non facendolo mi perdo articoli come questo... (originariamente pubblicato sul Foglio del 27-11-2012)

Ecopragmatismo. La rubrica desidera promuoverlo come nuovo criterio di politica ambientale e lo segnala alle delegazioni europee che in questa settimana parteciperanno all’ecosummit di Doha. Finora si è tentato di intervenire sulle fonti del cambiamento climatico invece di rendere gli insediamenti umani ed i biosistemi meno vulnerabili al cambiamento stesso. Fin dai primi anni ’80 il rubricante ha cercato di integrare l’analisi dei rischi (probabilità dell’evento e del danno ) con quella di vulnerabilità (resistenza di un sistema ad un evento) mostrando che la riduzione della vulnerabilità implica quella del danno atteso e ciò rende meno significativo l’evento (Disaster and Sociosystemic Vulnerability, DRC, 1981). Infatti è irrilevante che il pianeta cambi, entro certe soglie di variazione, se i sistemi antropici potranno operare comunque. Ma tale impostazione fu sempre rifiutata dagli ambientalisti che deificano la Natura e da quelli che vedono nell’ambientalismo uno strumento per sconfiggere il capitalismo. Costoro puntavano e puntano ad evitare l’evento costringendo il sistema antropico ad adeguarsi ai limiti naturali e non a ridurre la vulnerabilità all’evento stesso. Da questa analisi incompleta nacque l’idea che per prevenire catastrofi ambientali bastava abbattere le emissioni serra. Ma tale abbattimento, se troppo rapido, pregiudicherebbe lo sviluppo globale, scatenando un conflitto tra sicurezza ambientale e lavoro, e non fermerebbe comunque i cambiamenti planetari per altri fattori. Da un lato, una graduale riduzione delle emissioni è necessaria per la qualità dell’aria. Dall’altro, la priorità è il minimizzare l’ecovulnerabilità affinché le attività umane restino operative anche in presenza di cambiamenti ambientali estremi ed imprevisti, quali desertificazione e alluvioni, caldo e freddo, ecc. L’ecometodo “Kyoto” corrente, oggetto di sviluppo a Doha, si affida al solo taglio delle emissioni. Così si crea un mito: puoi stare tranquillo nella tua casetta senza doverla innovare, basta che i cattivi taglino le emissioni. Pericoloso. Se si deriva uno scenario si troverà che tra un secolo ci potremmo trovare in una situazione di disastro ambientale non contenuto perché nei decenni precedenti si è puntato a soluzioni irrealistiche (conflitto tra ambiente e sviluppo o soluzioni troppo incomplete) senza ridurre l’ecovulnerabilità. Lo scenario, invece, derivabile dalla messa in priorità della vulnerabilità rende probabile che tra un secolo avremo città climatizzate, infrastrutture viabili anche in caso di diluvio, cicli artificiali dell’acqua potabile, piante rigenetizzate per contrastare i deserti o per resistere alle piogge acide, ecc. La critica a questa impostazione è che costerà tantissimo. La risposta è che, invece, porterà ipersviluppo tecnologico, cioè che sarà un’ecopolitica non solo alleata del lavoro, ma anche stimolativa di una rivoluzione tecnologica di portata ben maggiore di quella spinta dall’attuale e timidina “economia verde”: nuovi materiali, megamacchine robotizzate, una nuova tecnosuperficie sul pianeta finalmente indipendente da esso. Realistico? Da qualche anno sono visibili nel mondo esempi di città che riducono la loro vulnerabilità e l’ecopragmatismo sta finalmente spuntando. Ora si tratta di teorizzarlo meglio, chiarendo la possibilità di una nuova ecologia artificiale che renda i sistemi antropici il più possibile indipendenti dalle variazioni ambientali. Poi, tra qualche secolo, usciremo dal pianeta creando nuovi esohabitat anche grazie all’esperienza artificialista così maturata.

Gli altri articoli futurizzanti del Prof. Pelanda li trovate qui (sul blog) e qui (sul vecchio sito).

1 commento:

Anonimo ha detto...

Direi che una strategia ecologica veramente pragmatica dovrebbe prevedere sia la riduzione dello stress ambientale (emissioni di gas sera ed inquinamento vario) sia la riduzione della vulnerabilità ai cambiamenti ambientali (ossia la resilienza del genere umano). Una politica ambientale che guardi ad uno solo dei due aspetti rischia di divenire una comoda scusa per non adottare nessuna vera politica ambientale. Se è vero che la riduzione delle emissioni da sola può essere molto rischiosa, è altrettanto vero che la riduzione della sensibilità ai mutamenti ambientali non lo sarebbe di meno in caso di mutamenti oltre i limiti di sopportazione tecnologica. Il rischio di tutte le strategie ambientali poco incisive è quello di finire per essere una sorta di rassicurazione psicologica ed un’opportunità di business che paradossalmente ostacolano anziché favorire reali strategie a lungo termine. Posponendo le “vere” soluzioni ad un domani che si crede ingenuamente debba essere sempre molto lontano nel tempo, si rischia grosso. D’altra parte chi crede che la mitigazione delle emissioni al pari dell’aumento della resistenza ai cambiamenti sia antitetica all’economia e allo sviluppo, si sbaglia di grosso. Entrambe danneggerebbero solo le parti dell’economia che non si adeguassero al nuovo ordine di priorità. Il calo delle emissioni non vuol dire assenza di opportunità di lavoro, anzi è vero l’esatto contrario: esistono intere aree desertiche da sfruttare con energie eoliche e solari già più che competitive (per fare un esempio tra i tanti). Si potrebbe dare lavoro a decine di milioni di persone e fornire un’incredibile spinta propulsiva all’economie di interi continenti. Si potrebbero sviluppare tecnologie e conoscenze dagli esiti imprevedibili. Far ciò però vuol anche dire penalizzare i detentori di interessi legati a fonti fossili. Se si decidesse però di mitigare lo shock di questi giganti economici sovvenzionandone una transizione e riconversione verso nuovi paradigmi, si creerebbero nuove opportunità imprenditoriali. Tutto ciò non toglie nulla all’idea di aumentare la resilienza dei sistemi “umani”, anzi si integra alla perfezione con essa, creando ulteriori opportunità.

In definitiva non sono né le possibilità, né le opportunità che mancano.

Manca la volontà.