3 luglio 2012

Vedere il futuro creando una 'mindfile' di noi stessi?

Dal sito di CyBeRev

Ho sempre avuto delle perplessita' dinnanzi ai progetti di alcuni transumanisti di "riportare in vita i morti". L'idea e' di ricrearne la personalita' sulla base di dati e informazioni su di loro accumulati. Questo e' uno scenario molto diverso da quello della crionica (o ibernazione umana), nel quale la speranza di resurrezione si basa sulla criopreservazione delle strutture del cervello. Ed e' diverso anche dallo scenario tipleriano, che si realizzerebbe al raggiungimento dell'ipotetico Punto Omega. L'esempio piu' famoso e' sicuramente quello di Ray Kurzweil, il quale ha dichiarato di voler riportare in vita suo padre, o meglio, di "ricrearne" la personalita' in un avatar sulla base di migliaia di documenti (fotografie, lettere, ricordi vari e persino vecchie ricevute, etc) da lui conservati in dozzine di scatoloni. Un altro esempio, questo mirato ad offrire un salto nel futuro agli ancora-viventi, e' quello di CyBeRev, un sistema on-line per preservare dati sulla propria personalita' allo scopo di creare una digital mindfile che permetta, in futuro, la sopravvivenza dei partecipanti, o quanto meno, la sopravvivenza della loro "cyberconsciousness".

Certo, a noi transumansiti non manca certo una buona dose di hybris (la vediamo persino come positiva, entro certi limiti), ma questo e' senza dubbio il progetto piu' ambizioso di cui sia a conoscenza. Non che non condivida l'entusiasmo di Kurzweil e Terasem (coloro dietro a questi progetti) per l'immortalismo o per il progresso tecnoscientifico che lo potrebbe rendere possibile. Ma, ad un livello puramente viscerale, questi progetti non mi hanno mai convinto... Sarebbe sufficiente quanto proposto a ricreare un individuo? Certamente se ne potrebbe ricreare una versione dotata di somiglianze anche forti, ma e' razionale sperare in qualcosa di piu'? Di vedere il futuro remoto creando una digital mindfile di noi stessi? Fino a che punto ricreeremmo lo stesso individuo?

Beh, ora mi accorgo che Anders Sandberg ha fatto due calcoli e che il suo metodo, decisamente piu' razionale di quello "istintivo" del sottoscritto, conferma i miei dubbi su queste iniziative. Sia ben chiaro che non pretendo per un momento di capire le sue equazioni (qui sotto un esempio) e che, di consequenza, questo post e' un riassunto brutalmente semplificato di quello di Sandberg:

log(N over k) ≈ N log(N) – (N-k)log(N-k) – k log(k)

Mi sembra di capire, pero', che il concetto sia di calcolare quanti dati sarebbero necessari per ricreare una persona senza avere accesso al suo sistema nervoso, cioe' come negli scenari proposti dalle iniziative discusse all'inizio di questo post. In questo suo esperimento mentale, Sandberg non mette limiti alla potenza di calcolo disponibile - l'unica limitazione e' quella delle informazioni a propria disposizione. Il problema e' che, nonostante sara' presto possibile registrare vari petabit di dati della nostra vita quotidiana (vedi lifelog), questo non significa che questi siano i dati realmente necessari. L'esempio di Sandberg e' quello di un pezzo musicale che puo' causare completamente diverse reazioni a due persone diverse. Il che ci riporta alla mia reazione "istintiva". Mi sembra quindi che senza accesso al cervello del soggetto possiamo solo approssimare, stimare e... tirare a indovinare. Il nocciolo del problema, secondo Sandbderg, e' che la nostra personalita' e' dovuta (anche) a sistemi caotico-dinamici che possono divergere esponenzialmente quando partono da condizioni iniziali diverse.

Le conclusioni di Sandberg: sarebbe piu' semplice se future entita' superintelligenti e dotate di virtualmente illimitato potere computazionale simulassero ogni potenziale essere umano mai esistito. E finche' tali entita' non appariranno, la preservazione del cervello sembra essere la strada da seguire.

5 commenti:

mmorselli ha detto...

Il valore dell'immortalità è dato dalla percezione del soggetto che l'acquisisce, non da quella di chi la propone. La domanda è: se ci dicessero che fra 100 anni un computer riprodurrà la nostra personalità, quale sarebbe il livello di appagamento che proveremmo? Personalmente, molto poco, non mi sentirei immortale. Persino l'ibernazione non impedisce al soggetto di arrivare proprio dove non voleva arrivare, al punto di morte, magari in pessime condizioni di salute, con una debole speranza e nessuna certezza di vincere quella battaglia. L'immortalità vera è quella che percepisci come tale, quella che ti garantisce continuità, quella dove puoi anche morire, ma nella certezza del risveglio, come quando prima di un'operazione importante vieni reso incosciente dall'anestesia. Prima di addormentarti credi con tutto te stesso, sei certo, che ti sveglierai, e quando ti sveglierai sapevi che lo avresti fatto. Questa è l'immortalità.

Rick ha detto...

Anche se ci si riuscisse, l'individuo creato, anche se identico a me stesso per caratteristiche fisiche e caratteriali, sarebbe un altro me, ed io sarei morto da tempo. Quello che vorrei sarebbe vivere per tempo indeterminato sempre come me, non far continuare la vita di un altro essere vivente uguale a me. Almeno questo penso sia un desiderio condiviso.

Anonimo ha detto...

Attraverso il metabolismo, noi cambiamo continuamente tutti i nostri atomi, perfino quelli delle cellule cosiddette perenni, cioè delle cellule nervose e quindi anche del cervello.

Nemmeno un atomo del cervello del "me" di non molto tempo fa, è presente in me ora. Ergo io non sono il mio corpo ma sono informazione.

Una simulazione sufficientemente accurata di me stesso sono io, non è una mia copia.

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Estropico ha detto...

Per l'autore del commento cancellato (qui sopra). Cominciare un commento dando degli ignoranti e' un ottimo inizio - se non vi vuole essere pubblicati... Detto questo, se vuoi riprovarci, spiegando le tue ragioni in maniera piu' garbata, sono tutto orecchie...

Ciao,
Fabio