6 giugno 2012

Immortality, di Stephen Cave. La noia mortale dell'immortalita'

Immortality, di Stephen Cave, 
su Amazon.it e sul sito dell'autore.
Ci sono quattro modi di raggiungere l'immortalita', almeno secondo Stephen Cave, il filosofo inglese autore di Immortality (in fondo al post troverete un video in cui introduce il suo libro).

1) Il primo e' il mio preferito: la sconfitta di sempre piu' malattie fino a raggiungere una "cura" anche per quella malattia degenerativa che e' l'invecchiamento. In altre parole, lo stesso obiettivo degli alchemisti medievali, ma con la scienza del 21mo secolo (SENS e' un esempio dello stato dell'arte attuale). Aggiungo che esistono almeno altre due versioni di questa via all'immortalita' (forse e' meglio dire quasi-immortalita', o aspettative di vita illimitate): a) un insieme di interventi biotech/nanotech e b) il mind uploading, che elimina completamente la parte "bio" (o che la sublima sotto forma di emulazione su computer).

2) Il secondo e' quello della resurrezione, una delle colonne portanti delle tre religioni abramitiche (una versione laica della quale, aggiungo io, e' offerta da quella "scommessa razionale" che e' la crionica, o ibernazione umana).

3) La terza e' quella offerta dalla fede nell'immortalita' dell'anima. In quanto ateo, temo di non trovarla particolarmente soddisfacente...

4) La quarta e ultima e' quella derisa da Woody Allen quando disse di non voler raggiungere l'immortalita' attraverso le proprie opere, ma vivendo per sempre. 

Il tema centrale di Immortality e' che la civilizzazione e' un effetto collaterale della nostra eterna ricerca dell'immortalita'. Siamo animali strani. Sappiamo che la nostra esistenza e' effimera, ma non possiamo accettarlo. Non riusciamo a concepire l'idea stessa di non-esistenza. Quindi, per noi, la morte diventa sia inevitabile che inconcepibile - Cave descrive questa situazione come il paradosso della mortalita', un paradosso che sottilmente influenza tutto quanto facciamo.

In quest'ottica, la civilizzazione sarebbe un'insieme di tecnologie per l'estensione della vita: l'agricoltura per il cibo, vestiti ed architettura per proteggerci dagli elementi, armi per caccia e difesa e medicina per curare malattie e ferite.

A giudicare dalle recensioni che ho trovato online pero' (The Independent, The Economist, FightAging, Reason), Cave giunge alla deludente conclusione che l'immortalita' sia un miraggio. Dico "deludente" per quanto riguarda la prima, dato che le altre tre non mi hanno mai convito... Ma ancor piu' deludente e' la motivazione della sua opposizione all'immortalita' fisica (ammesso, e da lui non concesso, che sia realizzabile): la noia.


Quella del "e se poi mi annoio?" e' una tipica obiezione "mortalista" alla prospettiva dell'immortalita' fisica, o anche di prospettive piu' "modeste" quali "quelle della semi-immortalita', o di aspettative di vita di svariati secoli. In effetti sarebbe anche un'obiezione ragionevole, se non ignorasse il contesto nel quale tale immortalita' sarebbe inserita. Quella intravista all'orizzonte dai transumanisti e' un'immortalita' realizzabile con tecnologie avanzate (biotecnologie, genetica, biologia sintetica, robotica, nanotecnologie, intelligenza artificiale, etc) la cui esistenza aprirebbe anche molte altre prospettive, oltre a quella della longevita' estrema. Prospettive quali quella della liberta' morfologica (morphological freedom), per non parlare della possibilita' di intervenire non solo sul nostro corpo, ma anche sulla nostra mente. Senza la possibilita' di crescere, di evolversi, l'individuo non e' piu' vivo, e' fossilizzato. Immagina di poter vivere mille anni. Il nostro cervello, nella sua forma corrente, non e' lo strumento migliore per mantere un millennio di ricordi. Saremmo condannati a dimenticare gran parte della nostra vita, man mano che essa procede - il che, ironicamente, eliminerebbe l'obiezione della noia... Se e' vero che l'amnesia (volontaria e selettiva) sarebbe certamente un'opzione, quello che sto cercando di dire e' che un'aspettativa di vita di mille anni implica un livello tecnologico tale da permetterci di potenziare il nostro cervello al punto di avere altre alternative che non ci costringano a perdere o sacrificare le nostre memorie, o almeno quelle piu' significative, o a noi preziose. Il che, a sua volta, implicha una nostra trasformazione in un qualcosa di piu' che umano, una metamorfosi la quale, da sola, dovrebbe bastare a superare la noia, aprendo continuamente nuovi orizzonti esperienziali. Ecco perche' transumanismo e immortalismo sono complementari. Un'immortalita' che non sia altro che una interminabile ripetizione, secolo dopo secolo, della nostra quotidianita' corrente porterebbe probabilmente al suicidio, ma questo non e' lo scenario intravisto all'orizzonte dagli immortalisti. 

Saremmo ancora "noi" dopo millenni di tale crescita? Un breve dialogo da un romanzo di fantascienza (War in Heaven di David Zindell) incapsula la risposta transumanista a questa, fondamentale, domanda: 

Cosa e' l'Uomo, allora?
Un seme.
Un seme?
Una ghianda che non ha paura di distruggersi nel divenire quercia...


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