14 giugno 2012

Homo Immortalis, di Nunzia Bonifati e Giuseppe O. Longo. Una recensione di Andrea Vaccaro

Esseri naturalmente transeunti, immortali, iper-longevi, vivi-non vivi alla conte Dracula, simbionti cyborganici, matusalemmi biblici e laboratoriali, robot emozionali e post-umani disincarnati: le figure del mito, del tecno-ottimismo e della fantascienza sono tutte presenti nel recente libro di Nunzia Bonifati e Giuseppe O. Longo, Homo immortalis. Una vita (quasi) infinita.


E insieme ad esse variazioni classiche e moderne sul tema della vita e della morte, dalla irriflessa paura della morte di Epicuro (“Il più terribile dei mali la morte, nulla è per noi, perchè quando ci siamo noi non c'è la morte, e quando c'è la morte noi non siamo più”), alla cupa massima de L'mmortale di Borges (“prolungare la vita degli uomini è prolungare la loro agonia”); dal mito del Faust all'essere-per-la-morte di Heidegger; dagli Struldbrug di Gulliver ai Sepolcri di Foscolo e molto altro ancora.

Al centro, dunque, la domanda sull'immortalità terrena e poi una miriade di prospettive da cui essa può essere vista e valutata. Nella maggior parte di queste prospettive aleggia una certa inquietudine, ma tutte sono considerate con razionalità e rispetto, sulla base di un pacato e aperto criticismo.
Veniamo al dunque. Per il gusto estropico alcuni bocconi sono costituiti da atomi acuminati, altri da atomi rotondi e lisci, per dirla alla democritea. Il capitolo che prende avvio dalle strategie di Aubrey de Grey si conclude con la considerazione secondo cui “il sogno della quasi-immortalità biologica non può ancora uscire dai confini spaziosi dell'immaginazione”. La figura del post-umano disincarnato è un po' calcato come “uno sciame di bit, sospesi in aria (o nel ciberspazio)”. Le pagine sui robot o uomini “artificiali” sono costellate da incertezze, dubbi etici, sospetti, sensazioni perturbanti.

Ci sono, tuttavia, anche altri sapori. Uno di essi è il riguardo nei confronti dei transumanisti: “I transumanisti che guardano con favore al superamento dei limiti umani, sono tra i pochi a interrogarsi sulle possibili conseguenze etiche e sociali di ciò che essi definiscono un salto di specie, dall'umano al post-umano. Tuttavia, benché talvolta suscitino l'attenzione dei media per la loro stravaganza (come il biochimico de Grey, che promette, come abbiamo visto, di sconfiggere l'invecchiamento), essi rappresentano una comunità ristretta, separata dalla comunità scientifica” (pp. 272-273).

Un altro è certamente costituito dalla figura finale della Creatura Planetaria che si erge sulle intuizioni di autori quali Kurzweil e Teilhard de Chardin e prende uno sviluppo suggestivo e coinvolgente.

Tutto sommato un'alternanza interessante che riserba molte sorprese nello stile e nel contenuto.

Nessun commento: