21 maggio 2012

Alla fine sarà il Logos, di Andrea Vaccaro


Alla fine sarà il Logos. Sta irrobustendosi, nella cultura contemporanea, una tendenza scientifico-filosofica, di matrice dichiaratamente non-cristiana, che non esita a parlare di Dio. Una visione dai tratti panteisti o, più propriamente, panenteisti (Dio non coincide con l’Universo, ma l’Universo è parte di Dio), che si colloca in un’ampia riflessione non tanto sull’origine del cosmo, quanto sul suo immanente sviluppo e destino. Ed è quasi come se quel Dio “cacciato” dal ruolo di Origine, che l’umanità gli aveva tradizionalmente attribuito (“In principio Dio creò il Cielo e la Terra”), “rientrasse” con il nuovo ruolo di Compimento. Un Dio più omega che alfa, dunque, più ricapitolatore che fonte, più reditus che exitus. Le attestazioni sono molteplici, anche in opere recentemente tradotte in Italia. Spesso si parte da tutt’altro genere di considerazioni e poi, inaspettatamente, sfogliando le ultime pagine, ecco che l’idea ritorna. In La Singolarità è vicina (Apogeo, 2008), Ray Kurzweil, uno dei maggiori teorici delle scienze applicate, dopo un grandioso affresco sullo stato e le tendenze di genetica, informatica e nanotecnologie, prosegue idealmente il suo grafico oltre le coordinate del tempo presente: «L’evoluzione va nella direzione di una maggior complessità, di maggior eleganza, conoscenza, intelligenza, bellezza, creatività e livelli più alti di attributi fini come l’amore. In ogni tradizione monoteista, Dio viene analogamente descritto con tutte queste qualità tese all’infinito… L’evoluzione procede inesorabilmente verso questa concezione di Dio, anche se non raggiunge mai esattamente questo ideale. Dunque, possiamo pensare che il liberarsi del nostro pensiero dalle gravi limitazioni della sua forma biologica sia sostanzialmente un’impresa spirituale».

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