6 marzo 2012

Cynthia Breazeal discute di come realizzare un robot «vivo» ed apparentemente «emotivo»


Ecco un'altra intervista del Singularity Institute, su Estropico.org.

Può un robot essere conscio?

Il problema, anche quando si parla di coscienza umana, nasce in gran parte dal fatto che in realtà non sappiamo davvero cosa significhi «conscio». Stabilire se la Macchina X è conscia o meno, ci costringe a pensare a fondo alla domanda: "Cosa intendiamo davvero con questa espressione?" E penso che più ci avvicineremo alla corretta definizione di «conscio», più probabile diventerà lo sviluppo di macchine che siano consce. E puoi continuare a muovere su e giù l'asticella. Se pensiamo a questi primi robot, sono propensa (lo sarei anche con un insetto) ad attribuir loro un abbozzo, un primitivo accenno di ciò che, all'altra estremità, considereremmo una coscienza pienamente sviluppata. Non riesco a credere che sia una cosa binaria, che o ce l'hai o no. È un continuum, secondo me.

La sfida di fronte a noi, a mio avviso, consiste in parte nel provare a comprendere cosa sia qual continuum, e nell'approfondire il significato di questi termini. In molte discussioni che ho avuto con la gente, le persone «comuni» non ritengono possibile dare emozioni ad una macchina.
Penso che la questione si riduca all'importanza del ciclo di vita. Potrei essere in grado di programmare questo tipo iniziale di risposte emotive, di relazioni, e così via, ma, fondamentalmente, quell'entità deve passare attraverso un ciclo di vita e avere esperienze che le facciano davvero capire cosa sono queste cose. Penso che crescere ed imparare sia per le persone una parte fondamentale dell'avere emozioni genuine, ma trovo che tutto questo sia possibile anche per una macchina.

Quanto sono importanti i sensi nel creare una “esperienza macchina"?

Beh, per quello che ho sperimentato, i sensi sono per i robot la parte fondamentale dell'esperienza ed è questo a rendere interessante (e complesso) il mio lavoro. Al pari delle altre specie, infatti, i robot possono avere sensi molto differenti da quelli umani. Il che ci riporta al problema di prima. Dobbiamo comprendere o approfondire le nostre conoscenze sulle emozioni o sulla coscienza prima di provare a trasferirle in un cane o in un altra specie, e di decidere se una macchina possa mai essere conscia. Penso che i robot, soprattutto i robot, avranno una vasta gamma di incorporamenti, una vasta gamma di abilità, e penso che lo scopo della robotica non sia cercare di replicare gli umani, perché di persone ce ne sono già abbastanza. Sappiamo già come creare la gente. Quello che vogliamo sono le tecnologie che ci complementino. Sarà più una partnership, una sinergia, che una replica. Penso che i robot saranno sempre differenti dalle persone; non sono "umani" e non lo saranno mai. E penso che assumere le qualità umane come termine di paragone significhi semplicemente porsi la domanda sbagliata. Si tratta più di provare a capire cosa significherebbero queste cose quando applicate ad una macchina e provare a costruire macchine in un modo che possano relazionarsi con noi.

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1 commento:

Anonimo ha detto...

Secondo gli studi di Roger Penrose la coscienza, l'Io, nel cervello esiste a livello quantistico. Ogni neurone si può dire che sia un cervello a se, con una struttura microscopica dove avvengono i meccanismi che portano all'esistenza dell'essere.
Penso che per avere una qualche possibilità di vedere alla luce una coscienza artificiale bisognerebbe andare oltre il sistema informatico attuale fatto di 0 e 1.
Non vorrei osare, non ho molte conoscenze a riguardo, ma forse il qubit, l'unità d'informazione a livello quantistico che presto vedremo grazie ai transistor grandi quanto un atomo, potrebbero aprire nuove porte.