11 ottobre 2011

Se ci illuminassimo di piu', di Walter Mendizza


Continua la ripubblicazione degli articoli di Walter Mendizza originariamente pubblicati sul sito dell'associazione Tecnosophia. In questa "puntata", Mendizza spazia da energia e ambiente, al ruolo della religione nel progresso scientifico. Qualunque sia la vostra opinione al proposito, non perdetevi gli ultimi, transumanistissimi, paragrafi...

Il 18 febbraio scorso si è celebrato l’inutile e velleitaria giornata del risparmio energetico. La trovata si chiama “Mi illumino di meno”, una iniziativa simbolica finalizzata alla sensibilizzazione verso il risparmio energetico. Essa fu lanciata nel 2005 dalla trasmissione Caterpillar di Radio2 e prende il nome dai versi della celebre poesia “Mattina”, del poeta dell’ermetismo Giuseppe Ungaretti: “M’illumino / d’immenso”. L’utopica iniziativa da allora ebbe molta fortuna diventando una campagna regolare cui tutti gli anni ci tocca assistere sconsolati intorno al 16 febbraio che è la ricorrenza dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Lo scopo, balordo, è quello di invitare a ridurre al minimo il consumo energetico, spegnendo il maggior numero di dispositivi elettrici non indispensabili e, come molte iniziative pleonastiche e demagogiche, è stata accolta con grande successo da molti comuni d’Italia e in questo caso addirittura anche dalla Presidenza del Consiglio dei ministri con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente.

Su questa iniziativa si può affermare che è azzeccato il detto latino in Nomen omen, cioè nel nome affibbiato alla manifestazione c’è tutto il presagio di un senso funesto, giacché esso cela un altro significato più consono al populismo straccione di cui si ammanta piuttosto che all’élite illuminata alla quale si ispira: Mi illumino di meno suona come un palese invito a pensare di meno, cosa in effetti riscontrabile in quasi tutti i promotori di tale esecrabile iniziativa. Nel 2008 il presidente del parlamento europeo Hans Pottering, in evidente stato confusionale e con le sinapsi neuronali che stentavano a connettersi, riconobbe come “importante” l’iniziativa e la considerò un evento di valore simbolico e addirittura di un effetto tangibile. Forse si riferiva al tangibile effetto di rimbecillimento dato che si tratta di una pacchianata boriosa e delirante portata avanti da arcadici ambientalisti brulicanti di pensiero unico verde.

La perniciosa manifestazione “Mi illumino di meno” più che una iniziativa simbolica volta alla sensibilizzazione verso il risparmio energetico appare piuttosto come una deleteria esperienza fatta da ex-sessantottini e loro pargoli votati all’ambientalismo militante che cercano di rivivere con più di 40 anni di ritardo un’esperienza new-age come se fossero figli dei fiori che però non sono mai sbocciati. Una sorta di esperienza mistico-religiosa che pervade ogni tanto le teste vuote di idee e contenuti dei soliti ambientalisti della domenica, come se bastasse un giorno senza luce per farci… “illuminare”. Una iniziativa che ricorda i tempi bui del medioevo quando le autorità religiose imponevano di fare un periodo di astinenza e di penitenza rinunciando a qualcosa di importante per conquistare chissà che cosa.

Nessuno può spiegare che senso ha istituire una giornata del genere, giacché non è pensabile che ridurre il consumo energetico per un solo giorno possa servire a qualcosa. La vicenda ricorda piuttosto il libro “La storia infinita”: il nulla che avanza. Un vero e proprio delirium tremens che da sempre, dal medioevo ai nostri giorni, si manifesta con sintomi quali l’allucinazione. Gli animatori di tale iniziativa appaiono come utili idioti infarciti di buoni sentimenti che si fanno strumentalizzare senza rendersene conto. A parole si invoca il passato, il ritorno alla natura, ma con le azioni, invece, si celebra il presente che l’essere umano è riuscito a conquistarsi. Come tutti gli indici, economici e no, dimostrano, nessuno rinuncia mai alle proprie comodità e tornare indietro in qualsiasi aspetto della nostra vita provoca, all’ambiente, più danno che altro.

Ad esempio se si spegne una lampadina e si accende una candela (come purtroppo si sente spesso dire) produciamo un piccolo terremoto ambientale che provoca molti più danni che non la lampadina accesa. In effetti, se ci pensiamo bene, le candele devono essere prodotte (lo fa l’industria salvo qualche rara eccezione artigianale), devono essere distribuite (industria dei trasporti) e poi devono essere vendute e comprate (magazzini, stoccaggio, ecc.) e finalmente accese per essere utilizzate. Una volta accese, bruciano e liberano CO2 nell’aria; siccome la colonna d’aria calda ascendente attira le particelle di fumo verso la fiamma bruciandole, qualcuno si è inventato il delirante concetto di “candela mangiafumo”. In realtà da questo punto di vista tutte le candele “mangiano” il fumo solo che ci si dimentica di dire che quasi tutte le candele contengono paraffina o acido stearico, e questo significa che, paradossalmente, una candela mangiafumo genera una fiamma non pulita che di per sé produce fumo!

L’elettricità, invece, è frutto di una delle maggiori conquiste dell’uomo che ha fatto registrare un balzo in avanti impressionante nella qualità della vita. Istituire una giornata dove ci si priva dell’elettricità è solo diseducativo perché si manda alle persone un messaggio sbagliato. Il messaggio corretto è che occorre invece trovare il modo per continuare a vivere in condizioni sempre migliori. Fino a qualche anno fa l’etichetta di un noto liquore italiano aveva il disegno di come erano le fabbriche prima dell’avvento dell’elettricità. Si potevano vedere lunghe ciminiere che portavano fuori dalla fabbrica il fumo e il vapore dato che allora tutte le macchine erano a vapore. Con il vapore si facevano girare meccanicamente dei nastri sui quali gli operai lavoravano. Gli incidenti erano all’ordine del giorno. L’elettricità cambiò in pochi anni questo modo di lavorare portando progressi incredibili su tutti i fronti. Perciò rispetto all’idea che la scienza o la tecnologia possano provocare disastri ambientali è molto chiaro che le cose stanno proprio all’incontrario. Basta vedere le nuove tecnologie di trattamento dei rifiuti con microorganismi selezionati, oppure i nuovi termovalorizzatori a basso impatto ambientale, oppure ancora gli ultimi depuratori per gli scarichi industriali.

L’uomo è sempre stato tecnologico e si potrebbe dire che senza tecnologia, l’uomo non esisterebbe. Prima della tecnologia eravamo scimmie, non umani. Siamo anzitutto esseri tecnologici, quindi qualunque siano i problemi che abbiamo di fronte e per quanto grandi essi possano apparire, non possiamo pensare di risolverli pregando, ormai dopo Nietzsche abbiamo capito che Dio è morto. Gli dèi del paganesimo (Atena, Efesto, Odino, Prometeo) sono civilizzatori che offrono le tecniche all’uomo per avvicinarlo alla condizione divina, proprio l’opposto di quanto accade nella tradizione giudeo-cristiana; anzi si potrebbe dire che l’avanzamento tecnologico della nostra società è avvenuta proprio in quanto è stata in grado di recuperare le proprie radici pagane, non quelle cristiane come si cerca falsamente di affermare.

Ci porterebbe lontano analizzare qui perché il paganesimo fu abbandonato a favore del cristianesimo. In breve possiamo dire che i Greci avevano scoperto che l’uomo, a differenza dell’animale, sente l’esigenza di dare un senso alla propria vita perché è consapevole di morire e quindi non può evitare il suo tragico destino. Tale visione era estremamente concreta, ma ciononostante il cristianesimo non si accomodò ad essa e cercò di portare l’umanità fuori della tragedia promettendo una vita ultraterrena. Dal punto di vista del marketing fu una idea geniale che sancì il successo del prodotto che la nuova religione nascente stava immettendo sul mercato. Si trattava di un’altra vita, questa volta per giunta eterna, da conquistarsi con il dolore proveniente da una colpa originaria. Il dolore, inoltre, era anche il prezzo da pagare per avere l’eternità. In questo modo la dimensione tragica veniva definitivamente allontanata dalla condizione umana e sostituita da due delle tre virtù teologali: la fede e la speranza.

Fintanto che durò questa trovata per così dire “pubblicitaria” le cose andarono bene per la religione nascente e male per tutte le altre, incluso quelle pagane. L’edificio cominciò a traballare appena nel periodo rinascimentale che fu, appunto, la rinascita della cultura pagana e con essa la nascita della scienza e della tecnica e l’avanzamento tecnologico.

Con la cultura pagana abbiamo capito l’importanza della tecnosofia, la saggezza della techné. E con essa abbiamo cominciato ad affrontare e risolvere i problemi che l’umanità si portava dietro da millenni. Perciò le complicazioni attuali le risolveremo solo immettendo nel sistema più cultura pagana, più ricerca, più scienza. In una parola, usciremo dai problemi solo con più tecnologia, non con meno. Ne usciremo celebrando la rinascita del paganesimo e della rivoluzione scientifica, non ritornando ai miti e alle caverne. Ne usciremo se la rivoluzione sarà prometeica, non rifugiandoci nei localismi delle tribù. Ne usciremo se vincerà il “partito Erodiano” favorevole all’ellenizzazione della cultura piuttosto che il “partito zelota” della tradizione biblica. Ne usciremo se riusciremo ad esprimere forti conati di evoluzione autodiretta e non impulsi di integralismo messianico. Ne usciremo con più universalismo non con più tribalismo. In definitiva potremo pensare di cavarcela solo se Atene vincerà definitivamente su Gerusalemme.

Immagine: Light Bulb, by tolomea

2 commenti:

Anonimo ha detto...

M’illumino di meno”, lungi dall’essere una manifestazione di oscurantismo, è un’encomiabile iniziativa volta ad aggredire gli sprechi e non certo la tecnologia. Uno spreco, per definizione, è il consumo di una risorsa che non genera utilità. Prima di lanciarsi in accese provocazioni verbali, sarebbe bene cercare di capire ciò che altri tentano di fare, perché il fare, a differenza del parlare, è sempre un’attività faticosa che meriterebbe rispetto. “M’illumino di meno” è volta a creare una sensibilità culturale che tuttora manca. In fondo si tratta di un’idea molto tecnologica e razionale: l’abbondanza genera nell’essere umano l’impressione di godere di risorse infinite, ma la tecnologia che ha generato concretamente quell’abbondanza, poggia in modo evidente su risorse finite e sprecarle è quindi un attentato a quelle tecnologie e all’abbondanza stessa (oltre all’ecologia e quindi a chi utilizza quella tecnologia). Tecnologia, d’altra parte, non è sinonimo di macchinario. Si può fornire uno scimpanzé del più evoluto super computer sulla terra, ma questo solo fatto non trasformerà la scimmia in un luminare dell’informatica. Tecnologia è il possesso della tecnica unito alla capacità di un suo giusto utilizzo. Diffondere la conoscenza di un giusto utilizzo della tecnologia (lampadina o non-lampadina) è diffondere un pensiero razionale e tecnologico che dovrebbe essere apprezzato qui più che altrove. Se l’oscurantismo religioso o quello ecologista non sono una bella cosa, non è che l’oscurantismo culturale e quello anti-ecologista siano meglio: nessun estremismo è meglio. Concludo infine ricordando che l’ecologia è una scienza, a differenza di un culto acritico basato sulla tecnologia inteso come mero possesso di “aggeggi tecnologici”.
Capire chi non la pensa come noi, senza farsi dominare da inutili paure, preconcetti e fobie (qualsiasi essi siano), parrebbe un atteggiamento più consono a chi ambisce ad un nuovo illuminismo.

Un saluto a tutti

Lorenzo Galoppini ha detto...

@ Anonimo

Quoto tutto.