6 dicembre 2010

Gli antiossidanti bloccano l'autofagia

A volte mi chiedo se non abbia ragione Aubrey de Grey, quando dice che il metabolismo umano e' un sistema troppo complesso (vedi immagine) per poter prevedere gli effetti di un qualsiasi intervento su di esso. Il che spiega perche' il suo approccio alla cura dell'invecchiamento (SENS) non miri a limitare i danni causati dai normali processi metabolici il cui accumulo risulta nell'invecchiamento, ma si concentri invece sul rimuoverne le scorie e sul riparare le strutture cellulari danneggiate. E spiega anche, passando per un momento ai pettegolezzi, perche' de Grey non abbia un protocollo longevista personale e perche' la sua dieta sembri basarsi su birra e junk food...

Poi pero' ragiono che anche il non intervenire e' una forma di intervento e che molte sostanze e stili di vita, sono stati approfonditamente studiati e hanno dimostrato chiari effetti benefici. Senza illudersi che portino ad un superamento delle aspettative di vita massima (i 122 anni raggiunti da Jeanne Calment), ma nella ragionevole speranza che siano almeno utili nella prevenzione di varie patologie e che contribuiscano almeno al raggiungimento, e forse al superamento, delle aspettative di vita media.

Il che ci porta ad un tema sul quale sembro tornare sempre piu' spesso, di recente, quello della cosiddetta 'scommessa del longevista', cioe' la situazione in cui ci si trova quando si decide di intervenire sul proprio metabolismo. Si aggiunge un certo integratore alimentare al proprio protocollo longevista, con certi obiettivi in mente, ma accettando il rischio di ottenerne (anche) altri, com'e' purtroppo inevitabile in tutte le situazioni di incertezza. Queste inaspettate conseguenze possono essere indesiderate, come nel gia' discusso caso del rapporto fra vitamina A e D, o possono essere piacevoli sorprese, come nel caso degli aminoacidi ramificati.

Il che (a sua volta) ci porta (finalmente...) al tema di questo post. Alla fine di "Un 'superzucchero' per l'autofagia" avevo accennato al fatto che gli antiossidanti (da anni assunti, come integratori, da chiunque abbia a cuore la propria salute) sopprimono l'autofagia (il processo di 'pulizia' cellulare che degrada e ricicla proteine di lunga durata, aggregati proteinici di grandi dimensioni e persino interi organuli cellulari quali i mitocondri). Questa e' una pessima notizia e Eric Drexler (il cui post sul 'superzucchero' trealosio e l'autofagia ho riassunto e commentato), riflette che questo potrebbe essere il motivo per cui gli antiossidanti hanno sostanzialmente deluso dal punto di vista dell'allungamento delle aspettative di vita: Antioxidants block cell repair. New information and what it may mean.

Tutti gli antiossidanti testati hanno bloccato sia l'autofagia che gli effetti di tutti gli agenti che la stimolano, a partire dalla restrizione calorica, per arrivare anche a trealosio e rapamacina (due sostanze che nulla hanno a che fare con gli antiossidanti o l'ossidazione). Lo studio citato e' Antioxidants can inhibit basal autophagy and enhance neurodegeneration in models of polyglutamine disease e le conclusioni di Drexler possono essere così riassunte:
limitare i danni causati dall'ossidazione con l'impiego di antiossidanti interferisce con il processo che ripara quegli stessi danni. In altre parole: siamo tra l'incudine e il martello...
Forse, pero', non tutto e' perduto... Gli antiossidanti solubili nell'acqua, quali la vitamina C, non restano a lungo in circolazione. Di conseguenza, un approccio apparentemente logico potrebbe essere quello di non assumere tali antiossidanti durante brevi periodi intesi a stimolare l'autofagia, quali i digiuni (il sottoscritto, da qualche tempo pratica digiuni di 24 ore, una volta la settimana). Il digiuno, fa notare Drexler, e' quanto individuato dalla ricerca corrente come la pratica piu' efficace a tale scopo e il sottoscritto mira a potenziarne gli effetti con l'uso di trealosio, curcumina e resveratrolo.

Naturalmente, pero', esistono anche gli antiossidanti solubili nei grassi (le vitamine A e E sono gli esempi piu' noti) ed essi restano in circolazione molto piu' a lungo. E' sufficiente non assumerli per 24 ore prima di un digiuno per rimuoverne gli effetti inibitori sull'autofagia? O e' necessario un intervallo piu' lungo? Purtroppo non ho risposte a queste domande... Drexler si chiede se un breve intervallo possa essere sufficiente, dato che assumendo antiossidanti (o qualsiasi altra sostanza) si induce una situazione di omeostasi nell'organismo, in relazione alla sostanza assunta. Ergo, l'abbassarne i livelli in circolazione potrebbe essere sufficiente a rimuoverne gli effetti inibitori dell'autofagia. In altre parole: chi assume da tempo alti livelli di antiossidanti solubili nei grassi potrebbe aver solo bisogno di abbassarne il livello, invece di rimuoverli completamente. Ma e' solo una teoria...

Il post di Drexler chiude con l'osservazione che la ricerca sull'autofagia e' un settore in rapida crescita ("ho raramente esplorato un settore in cui talmente tanti studi importanti hanno meno di un anno"). La speranza, quindi, e' che non dovremo aspettare anni e anni prima di avere un'idea piu' chiara di come ottenere sia i benefici degli antiossidanti che quelli dell'autofagia. Nel frattempo, ognuno dovra' decidere come giocare le proprie fiches alla roulette del longevismo...

Immagine: una rappresentazione schematica del metabolismo umano

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