16 novembre 2010

Il mondo invecchia. Che fare?


Riassumo (selettivamente) e commento un imperdibile artico di Foreign Policy dedicato allo "tsunami grigio" dell'invecchiamento globale: Global Aging. A gray tsunami is sweeping the planet - and not just in the places you expect. How did the world get so old, so fast?

Nel 1968 Paul Ehrlich scrisse, nel suo apocalittico The Population Bomb, che negli anni '70 e '80 "centinaia di milioni di persone moriranno di fame [...] nulla puo' prevenire un sostanziale incremento del tasso di mortalita' globale". La visione di Ehrlich e' ovviamente rimasta nent'altro che una visione. Il suo errore fu quello di assumere che il baby boom degli anni '60 sarebbe continuato all'infinito. Oggi, invece, la preoccupazione dei demografi non e' la nascita di troppi bambini, ma esattamente il contrario...

E' vero che nei prossimi 40 anni la popolazione mondiale passera' da 6,9 miliardi a 9,1, ma la crescita non sara' spinta dalla natalita' (che e' crollata, e non solo in Occidente), ma dalla crescita della fascia delle persone anziane. La fascia di eta' sotto i cinque anni calera' di 49 milioni entro la meta' del secolo, mentre quella sopra i 60 arrivera' a 1,2 miliardi, grazie alle piu' lunghe aspettative di vita. In Occidente (e Giappone, immagino) stiamo osservando un picco di sessantenni. Fra vent'anni ne osserveremo uno di ottantenni. Il resto del mondo ripetera' l'esperienza con qualche decennio di ritardo. Gia' oggi la tendenza e' osservabile in molti paesi asiatici, sudamericani, e in nazioni quali Marocco, Libano e Iran. Delle 59 nazioni la cui fecondita' non e' sufficiente a garantire il rimpiazzo generazionale, gia' 18 sono cosiddette in via di sviluppo.

Quando l'onda lunga del baby boom globale sara' passata, la popolazione mondiale potrebbe decrescere tanto rapidamente quanto e' prima cresciuta. Russia e Giappone fanno gia' da battistrada. Secondo una proiezione delle Nazioni Unite, nel 2150 la popolazione mondiale potrebbe essere la meta' di quello che e' oggi.

L'autore dell'articolo di Foreign Policy e'
Phillip Longman, autore di The Empty Cradle.
Le cause di tutto cio' non sono i programmi di controllo delle nascite, ma fattori quali l'urbanizzazione, dove i figli rappresentano un costo (e non un aiuto come in campagna), le opportunita' di impiego per le donne e il diffondersi delle pensioni. Un'altra, sorprendente, causa, sembra essere la diffusione della televisione: in Brasile essa arrivo' in varie parti di quella vasta nazione in tempi diversi e il calo della natalita' seguì rapidamente e fedelmente l'arrivo della Tv. O forse, speculo io, la televisione e' solo un indicatore del raggiungimento di un certo livello di benessere economico raggiunto il quale la fertilita', per qualche motivo, declina.

Una inaspettata conseguenza della nuova situazione demografica e' che il molto discusso "secolo asiatico",
appena cominciato, potrebbe non realizzarsi. I problemi economici del giappone cominciarono verso la fine degli anni '80, quando la sua forza lavoro comincio' a contrarsi. E' questo il futuro di Corea, Taiwan e Singapore e, piu' avanti, della Cina? In quella nazione, e in India, esiste anche il problema della disparita' fra maschi e femmine, dovuta a pregiudizi culturali. Nessuna societa' ha mai subito un invecchiamento della popolazione talmente rapido quanto quello oggi in atto in Asia, il che rende estremamente difficile fare previsioni, ma quello che e' certo e' che nessun'altra regione dovra' affrontare una crisi demografica altrettanto profonda.

Con l'invecchiamento globale assisteremo ad un rallentamento economico: meno giovani vuol dire meno nuove case, etc, e meno spirito imprenditoriale. Una forza lavoro di una certa eta' sara' piu' interessata a proteggere la propria occupazione corrente, piuttosto di lanciarsi in una nuova carriera o impresa. E su questo blog questa e' una notizia preoccupante, dato che diamo per scontato il paradigma progresso economico = progresso tecnoscientifico = progresso sociale = progresso verso il futuro postumano all'orizzonte.

L'autore dell'articolo non vede molte soluzioni (ma io ne segnalo una estremamente on-topic, che pero' apparira' in un altro post, pubblicato domani). Da una parte si potrebbe seguire il modello svedese: massiccio intervento statale per alleviare il conflitto carriera/famiglia, in modo che le madri possano avere piu' figli senza soffrirne economicamente. Il problema e' che le nazioni che hanno adottato questa strategia hanno ottenuto risultati modesti. L'altro approccio (non suggerito seriamente!) e' quello del Taliban: il ritorno a valori "tradizionali". Le donne avrebbero ben poche opzioni al di la' di starsene a casa a fare figli...Una terza via, suggerita nell'articolo, consisterebbe nel fare in modo che i figli tornino ad essere un aiuto, un investimento, come lo possono essere nel caso delle piccole aziende a gestione familiare. Interessante, ma non mi convince quanto l'approccio biogerontologico di cui pero', come gia' detto, parlero' domani... [aggiornamento: ecco il link]

Immagine: dal fotoservizio di Foreign Policy The Grayest Generation

1 commento:

E-Blogs ha detto...

Abbiamo selezionato questo post per la rivista europea dei blog, e-Blogs. Grazie della partecepazione!