6 luglio 2010

Una vita basta e avanza

Chi e' il principale mortalista italiano? (Mortalismo = filosofia che giustifica ed esalta la morte come giusta e necessaria conclusione della vita umana.)

Massimo Fini e' senza dubbio un serio candidato al ruolo, come dimostra un suo articolo del 22 maggio in cui mi sono solo ora imbattuto: Una vita basta (e avanza). Ma prima di tutto, devo ammettere che Fini ha perfettamente ragione quando mette in evidenza un comune errore spesso commesso da molti transumanisti/longevisti:

Bisogna sgombrare subito il campo da un voluto e non innocente equivoco diffuso dagli scienziati, dai medici e dagli storici: che in era preindustriale la vita fosse cortissima, 32 anni o poco più. Un falso ideologico. Gli uomini e le donne del Medioevo si sposavano, in media, rispettivamente a 29 e 24 anni, non avrebbero avuto neppure il tempo di tirar su i primi figli e, tantomeno, di farne a dozzine come invece accadeva. Il fatto è che si confonde la vita media, che scontava l'alta mortalità natale e perinatale (che peraltro selezionava naturalmente i più robusti) con la vita effettiva di quegli uomini.
Le divergenze cominciano con la seguente citazione di Max Weber, ma sono a volte piu' sottili di quanto si potrebbe pensare:
“Il presupposto generale della medicina moderna è che sia considerato positivo, unicamente come tale, il compito della conservazione della vita... Tutte le scienze danno una risposta a questa domanda: che cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare ‘tecnicamente’ la vita? Ma se vogliamo e dobbiamo dominarla tecnicamente, e se ciò, in definitiva, abbia veramente un significato, esse lo lasciano del tutto in sospeso oppure lo presuppongono per i loro fini”.
Secondo il sottoscritto la ricerca del dominio tecnico della vita e' l'ovvia reazione di fronte alla finitezza e alla tragica imperfezione della vita stessa. Per Fini tale ricerca e' portatrice degli "orrori dell’'accanimento terapeutico'" e parallela alla "terrificante solitudine dei vecchi e la loro perdita di ogni ruolo." Tutte inquietudini comprensibilissime e condivisibili, ma miopi. Miopi in quanto tali orrori sono il risultato di un dominio tecnico della vita rudimentale e incompleto. Miopi in quanto ignorano le promesse del continuo progresso in campo biomedico che potrebbero porre fine a tali orrori. L'ovvio problema e' che la rivoluzione longevista e' ancora una rivoluzione incompiuta e stiamo quindi parlando di previsioni che potrebbero, o meno, realizzarsi fra qualche decade. Nel frattempo, le inquietudini di Fini sono innegabilmente comprensibili.

Piu' avanti, pero', Fini chiarisce in due righe la differenza fra mortalismo e immortalismo:
In fondo la morte, se rispetta i tempi naturali, è una cosa pulita, noi siamo riusciti a renderla una vicenda sporca, disumana.
Nel confrontarsi con la tragedia sul proprio orizzonte personale, il mortalista preferisce arrendersi e sembra quasi voler facilitare il compito al proprio avversario, visto non piu' come tale, ma come un angelo della misericordia. L'immortalista sceglie di resistere quella che considera un'imposizione non piu' accettabile con tutti i mezzi a propria disposizione, inclusi quelli estremi quali la crionica.

L'articolo svela poi le motivazioni profonde dell'approccio di Fini al problema-morte:
Nella società contemporanea [...] l'allungamento della vita non è solo un must ma la bandiera che sventola orgogliosamente sul più alto pennone della nave della Modernità.
Se davvero così fosse, la ricerca scientifica anti-invecchiamento riceverebbe finanziamenti molto piu' sostanziosi, ma Fini probabilmente fa riferimento all'allungamento della vita corrente, cioe' quello fino ad ora ottenuto con tecnologie relativamente semplici, e non a quello bio-nano-tecnologico intravisto all'orizzonte da longevisti e transumanisti. Ma il passaggio rivelatore e' il riferimento alla modernita': Fini e' semplicemente uno dei suoi discontenti, come chiarito da Wikipedia:
Massimo Fini nel 1985 pubblica il suo primo saggio, La Ragione aveva Torto?, edito dalla Camunia. Da quel momento Fini, conosciuto come giornalista di cronaca ed editorialista di spicco de L'Europeo e de Il Giorno assume una posizione di dura critica verso alcuni valori essenziali del mondo moderno, come l'industrialismo, l'ottimismo, l'attenzione spasmodica nei confronti della crescita economica fino a giungere al j'accuse contro la democrazia di Sudditi. Tutta l'opera saggistica di Fini si fonda sulla critica sferzante verso caratteristiche del mondo moderno e della globalizzazione, figli del pensiero liberale e anche del marxismo, anch'esso prodotto dalla rivoluzione industriale e dallo stesso liberalismo, e causa degli stessi mali: l'alienazione dell'individuo schiacciato dal produttivismo, la distruzione dell'ambiente, l'idea di una scienza e dell'uomo come sovvertitori delle leggi naturali, la globalizzazione che omologa tutto ad un'unica cultura dominante.
Al contrario, il sottoscritto vede progresso, globalizzazione e modernita', con tutti i loro difetti e tutte le loro inaspettate conseguenze, come un enorme passo avanti rispetto ad un passato troppo spesso romanticizzato al di la' di ogni razionale giustificazione. Nonche' come le forze profonde che ci spingono verso quel superamento della condizione umana, il cui raggiungimento e' sia previsto che sperato da questo blogger.

4 commenti:

extropolitca ha detto...

Ogni tanto mi capitava di leggere Massimo Fini sul Gazzettino di Venezia, ma con il tempo sono diventato bravo ad evitare i suoi articoli come la peste.
In pratica, di qualsiasi cosa scriva le sue posizioni mi danno il mal di stomaco.
Alla fine, Fini è solo il classico esempio di "Pensiero Anticapitalista" di cui parlava Mises, Hayek, e altri liberalisti classici. Idealizza il Passato (quello con la "P" maiuscola), disprezza il presente degenerato e il futuro catastrofico. Si vede come parte di una élite che ha il diritto-dovere di guidare noi poveri plebei e si sente oltraggiata dal fatto che non le venga riconosciuta questa posizione.
Per loro il problema è che misurarsi sul mercato, producendo qualche cosa che la gente desidera e competendo per le loro scelte, è degradante. Dopo tutto, c'è il rischio di fallire facendo qualche cosa.

extropolitca ha detto...

Da aggiungere che, in un certo senso, Fini ha ragione nel dire che una vita basta e avanza. La sua.
Aver dovuto sopportare i suoi scritti è qualche cosa che un essere umano non può sopportare per più di una vita. Quindi il mio suggerimento a Massimo Fini è quello di morire senza tante storie quando arriverà il suo momento, in modo da lasciare a noi un mondo migliore.

David ha detto...

Massimo Fini non è solo un mortalista ma un pericoloso ecoluddista (lui si definisce con orgoglio un "antimodernista"), questo articolo è coerente con la sua visione reazionaria e quasi-primitivista.

Il nostro intellettuale de noantri si preoccupa della: "solitudine dei vecchi e la loro perdita di ogni ruolo" ignorando che il longevismo, da intendere quale prolungamento non solo quantitativo ma anche qualitativo della vita, risolverebbe alla radice il problema. Infatti nella società in cui la scienza abbia raggiunto risultati nell'estensione radicale della vita si ridurebbero drasticamente i problemi sociali, psicologici ed economici legati alla vecchiaia (compreso il problema delle pensioni)...

Poi asserisce: "Non si può più fumare, non si può bere, bisogna stare a dieta. Dobbiamo vivere ibernati, vecchi fin da giovani".
Ma chi glielo impone? Seguire tali prescrizioni longeviste permetterebbe di godersi la vita, invece di finire magari in qualche clinica a cercare di curarsi dal cancro ai polmoni causato dal fumo... Preferisco la "prevenzione" ripudiata dal nostro intelletttuale che la lenta agonia in un ospedale...

Ah, e condivido totalmente il suggerimento dato da extropolitca al nostro intellettuale da strapazzo.

Cesare ha detto...

Fini, da buon italiano di imprinting cattolico, ha in fondo una visione religiosa della natura umana: un qualcosa definito, nel bene e nel male, da Dio/Natura/Cosmo che non deve mutare.

L' intelligenza che ci contraddistingue e' invece cosi' elevata che ci permette invece di arrivare ad auto-modificarci e definire il destino della nostra evoluzione. Certo, cio' comportera' rischi terribili e andra' gestito con cautela estrema (e qui di intelligenza ne servira' ben piu' di quanto si vede oggi in questo mondo ancora barbarico, spesso anche nei Paesi sviluppati).

Ma fermarsi a dire che come vivevano i nostri nonni negli anni '30 lavorando i campi (20 ore al giorno!) e bevendo il bucolico vinello era il massimo della vita... e' chiaramente una mistificazione.

Concordo con Fini che il capitalismo, sopratutto nella sua forme piu' pure, porta con se' storture notevoli, ma da li a distruggerne ogni prodotto anche positivo ce ne passa.