9 giugno 2010

Umanisti mortalisti


Alcuni atei ed umanisti non si limitano a mettere in discussione l'esistenza di Dio, ma sembrano essere convinti che per sostenere una posizione coerente contro la religione sia necessario rigettarne anche tutti i corollari, fra i quali l'anelito verso l'immortalita'.

Queste le prime righe (libera traduzione) di Humanist death apologetics, di Aschwin de Wolf sul suo Depressed Metabolism. L'esempio portato da de Wolf e' quello di Paula Kirby, secondo la quale, per gli atei, e' la transitorieta' della vita che le da' significato e che, insieme all'accettazione della morte e della sua finalita', ci spinge a vivere la vita appieno e ad assaporare ogni esperienza. Le stesse motivazioni rendono importante il cercare di alleviare la sofferenza in questa vita, dato che non ce n'e' un'altra, successiva, in cui le ingiustizie saranno punite e "le lacrime asciugate".

Tutto cio', suggerisce de Wolf, e' la giustificazione di fondo delle soluzioni spesso sbagliate, o il cui impatto a lungo termine non e' stato studiato a fondo, ai problemi sociali. Ma uno dei vantaggi delle aspettative di vita illimitate sarebbe proprio quello di ridurre il desiderio di gratificazione immediata e di stimolare una maggiore considerazione delle conseguenze di lungo termine delle nostre azioni.

Molti umanisti e atei fanno ricorso al solito cliche' (mai spiegato a fondo) del "la vita ha senso solo se seguita dalla morte", fa giustamente notare de Wolf. Ma la Kirby tira anche in ballo un altro cliche', quello della noia che secondo lei sarebbe l'inevitabile destino degli immortali. Citando Susan Ertz, sostiene che "milioni [di persone] sperano nell'immortalita', ma poi non sanno cosa fare la domenica pomeriggio, se piove", ma cio' sembra dirla piu' lunga su se stessa e su Susan Ertz che sull'umanita' in generale...

De Wolf commenta che e' un peccato che una persona generalmente razionale come la Kirby debba ridursi ad attaccare l'anelito all'immortalita' allo scopo di attaccare la religione, e cita Marcuse: "e' straordinario come la nozione della morte come necessita' non solo biologica, ma anche ontologica, abbia penetrato la filosofia occidentale - straordinario in quanto il superamento e il controllo delle semplici necessita' naturali e' invece visto come la vetta dell'esistenza e delle attivita' umane".

Immagine: La Muerte y la Doncella, by Jorge V.F.

3 commenti:

David ha detto...

Condivido totalmente quello che dice de Wolf e segnalo anche questo bel articolo/saggio di Sergio Bartolommei che confuta alcuni luoghi comuni mortalisti: http://www.paleopatologia.it/articoli/aticolo.php?recordID=111

Lorenzo1970 ha detto...

Bell'articolo quello di Bartolommei, grazie di averlo postato.
E ho apprezzato molto anche quello di oggi in HP. Mi piace quando vengono attaccati i luoghi comuni mortalisti: io sono ateo e anticlericale, iscritto all'UAAR da ormai quasi un anno, e l'unica cosa che proprio non riesce ad andarmi giù e anzi mi fa innervosire dell'ateismo, che per il resto, condivido in pieno, é proprio lo spinto materialismo-mortalismo.
Fermo restando, ovviamente, che ognuno ha diritto di decidere quello che vuole riguardo alla propria vita. L'importante é che si sia sempre liberi di scegliere senza danneggiare gli altri: dovrebbe essere questo il principio democratico di base di tutti gli esseri umani.

wolfsrain ha detto...

Post interessantissimo:a me le persone che dicono che la morte dà un senso alla vita,ricordano tanto la classica volpe dell'altrettanto classica uva......
Se fossi immortale è OVVIO che NON mi annoierei:pensa tu quante cose incomincerei,lascerei..tanto saprei che poi le riprenderei..prima o poi...invece adesso non posso permettermelo...il tempo...stringe!

era un bel po' che non passavo ma hai sempre delle proposte stimolanti
Ciao