9 aprile 2010

Sostenibilita', progresso, transumanismo

[Attenzione: post ai limiti dello sfogo...]

Recentemente ho segnalato WorldFuture 2010, una conferenza organizzata dalla World Future Society: il titolo completo della conferenza include la frase Sustainable Futures, Strategies and Technologies. Sono il solo a non poterne piu' dell'ubiquita' di questo termine (sostenibilita')? Tutto, ma assolutamente tutto, sembra dover essere sostenibile, come se la sostenibilita' fosse un bene in se'. Cosa c'e' di sbagliato nell'utilizzare fonti di energia, risorse o strategie che non siano eternamente sostenibili? Una volta esaurite, anzi, prima che si esauriscano, le forze di mercato portano all'intensificarsi della ricerca di possibili alternative. E a meno che si parli di risorse quali specie di piante o animali, che ovviamente e' desiderabile preservare, o di risorse indispensabili alla nostra sopravvivenza e non-sostituibili, che male ci sarebbe ad esaurire il petrolio, o un qualche minerale, fino all'ultimo grammo, ammesso che sia possibile? Pensiamo veramente che non esitano alternative? Da una prospettiva transumanista, poi, il concetto di sostenibilita' mi sembra ancora piu'... insostenibile! Se all'orizzonte vediamo superintelligenze e nanotecnologie avanzate, iper-ricchezza diffusa e la fine della scarsita', per non parlare della possibilita' di una singolarita' tecnologica, sicuramente possiamo anche intravedere come le preoccupazioni correnti con la sostenibilita' siano destinate all'obsolescenza. Ma tant'e', il termine e' politicamente corretto e il suo uso, a quanto pare, apre molte porte. Spero solo che il buon Kurzweil riesca a chiarire al pubblico di WorldFuture 2010 (in termini piu' sottili dei miei...) come quella della sostenibilita', in un contesto transumanista/singolaritario, non sia nient'altro che una scaramuccia di retroguardia...

PS: Parte del problema, sospetto, e' nella diffusa ed erronea convinzione che la Terra sia un sistema chiuso, come se il sole non esistesse e come se le risorse minerali dello spazio fossero destinate ad essere per sempre a noi precluse...

PPS: E se davvero vogliamo eliminare l'insostenibilta', che ne direste di cominciare da quella della nostra stessa effimera esistenza? A vent'anni siamo pieni di vitalita', salute ed energie, ma quanto e' sostenibile quello stile di vita? Solo pochi decenni. E anche uno stile di vita forzatamente meno vigoroso non e' poi sostenibile per piu' di qualche altro decennio, cioe' fino a poco sopra i 70 anni di eta'. E' questione di priorita' e temo che si stiano sprecando troppe energie ed investimenti per priorita' sbagliate...

10 commenti:

David ha detto...

Non conosco bene il programma della conferenza in oggetto, rispetto ovviamente l'opinione del post ma non posso che dissentire. Secondo me la sostenibilità è fondamentale per il futuro, essa è legata direttamente al problema ecologico.

Il progresso attuale portato avanti dal sistema attuale sta producendo troppa entropia come ha dimostrato il famoso economista Jeremy Rifkin (e molti altri scienziati) in vari suoi libri e in questo articolo che consiglio di leggere:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Lecologia-ci-salvera/2050669&ref=hpsp

E visto che questo blog si intitola appunto Estropico credo sia da non sottovalutare il rischio entropico che sta portando al collasso il pianeta dal punto di vista ecologico e sociale.

Abbiamo bisogno di un cambio di paradigma e nuovi valori, mi rendo conto che non è facile cambiare la nostre abitudini culturali eppure tutti i più recenti studi scientifici ci dicono che dobbiamo passare a una strategia economica e tecnologica diversa da quella dominante.

Questo non significa rinunciare a scienza e tecnologia ma anzi spingere su di esse per cose come ogm, energia pulita, colonizzazione spaziale in modo da rispondere alle grandi sfide ecologiche del nostro tempo. Poi ci sono ambientalisti che utilizzano tali questioni per proporre un regresso umano e scientifico, ma sono fortunatamente frange estreme, che vanno denunciate e respinte con forza. L'importante è non buttare il bambino con l'acqua sporca, che certi ambientalisti estremisti strumentalizzino certe questioni (in buona o cattiva fede non importa) non deve distoglierci dalla questione ecologica che ha bisogno necessariamente della tecnologia sostenbile, nè hanno bisogno l'ecosistema Terra come l'umanità per poter sopravvivere.

Comunque dò il merito a questo post di aver sollevato nel blog la questione che non è di poco conto e su cui credo dovremmo occuparci più spesso perchè interessa il futuro della civiltà umana nel suo complesso.

Anonimo ha detto...

Dipende tutto dal fatto se è maggiore la rapidità con cui consumiamo le risorse o se è maggiore la rapidità con cui troviamo delle alternative.

Allo stato attuale mi sembra decisamente preponderante la prima. E tenendo conto dell'indolenza umana, sono anche un po' pessimista per l'immediato futuro...

Per dirla con una battuta:
Il pieno lo fai con la benzina, non con l'ottimismo.

Estropico ha detto...

Per quanto riguarda Rifkin lo considero il neoluddista piu' insidioso e non posso che schierarmi dalla parte di Stephen Jay Gould:

Stephen Jay Gould characterised Rifkin's 1983 book Algeny as "a cleverly constructed tract of anti-intellectual propaganda masquerading as scholarship"

http://en.wikipedia.org/wiki/Jeremy_Rifkin#Reception

David ha detto...

Simpatica la battuta di Anonimo, però io mi sento ottimista perchè in campo scientifico, ecologico e sociale sta avvenendo una rivoluzione di valori e di paradigmi che sono sicuro prima o poi avrà un impatto profondo. Jeremy Rifkin che non piace a Fabio :) ha però il merito di essere tra i primi ad aver parlato di Terza Rivoluzione Industriale anticipando così quel cambiamento per rendere la tecnologia sostenibile senza rinunciara a essa. Considero neoluddisti ben altri personaggi legati a organizzazioni ambientaliste che sfruttano la paura per frenare il progresso tecnoscientifico, ad esempio vedi le campagne anti-ogm.

Painlord2k ha detto...

Vorrei ricordare la battuta al riguardo degli economisti e della loro capacità di "spiegare in futuro perché nel passato hanno sbagliato nel prevedere il presente".

Personalmente concordo con Estropico nell'avere poco interesse nella "sostenibilità" e in quelli che ne parlano continuamente al riguardo di ogni cosa.
"Sostenibilità" è una di quelle parole che nascondono significati criptici di "conservazione" dello status quo attuale. Il che fa comodo ai gruppi che stanno al potere attualmente e che beneficiano di questa posizione.

Inizialmente gli statalisti hanno venduto l'idea che lo stato fosse in grado di gestire più efficientemente l'economia; ovviamente sappiamo che era falso. Poi hanno sostenuto che se non era più efficiente, almeno c'era una distribuzione più equa delle ricchezze. Ovviamente sappiamo che anche questo è falso.
Adesso, senza nominare lo statalismo, si sostengono politiche "sostenibili" che sono semplicemente le solite politiche stataliste con una etichetta differente.

Lo scopo di queste politiche è di allargare il potere dello stato e dei gruppi che lo controllano. Che queste politiche falliscano il 99% delle volte non ha importanza, fino a che chi le propone porta a casa la pagnotta (e che pagnotta).

David ha detto...

@Painlord2k: Sostenibilità, il termine trae la sua origine dall'ecologia, dove indica la capacità di un ecosistema di mantenere processi ecologici, fini, biodiversità e produttività nel futuro. Perché un processo sia sostenibile esso deve utilizzare le risorse naturali ad un ritmo tale che esse possano essere rigenerate naturalmente (Da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Sostenibilit%C3%A0).

La questione da porci è: il sistema economico attuale sta producendo troppa entropia in ambito ecologico? Se la risposta è no allora possiamo continuare a inquinare e farlo sempre più senza nessuno scrupolo. Se la risposta è sì allora dobbiamo necessariamente prevedere un modo diverso di approcciarci all'ecosistema che non sia la semplice correzione del sistema attuale (appunto il caso di chi usa la terminologia di "sviluppo sostenibile", lo sviluppo per definizione *non* può essere sostenibile)

Secondo me sostenibile vuol dire avere un sistema economico e culturale molto diverso da quello dominante che privilegi un rapporto meno distruttivo nei confronti della natura e della società (vedi ad es. il concetto di ecologia sociale: http://ita.anarchopedia.org/index.php/Che_cos%27%C3%A8_l%27ecologia_sociale). Per fare questo c'è bisogno di scardinare lo status quo e di usare non meno ma *più tecnologia* in grado di darci ad es. energia pulta (il nucleare potrebbe essere una delle possibilità).

E' così che intendo personalmente il termine sostenibile anche se il discorso è certamente più complesso. Per come la vedo io quindi la sostenibilità non ha bisogno di statalismo spinto ma al contrario di meno stato che vuol dire soprattutto meno politici e invece più scienziati in grado di elaborare le strategie migliori per un modello economico-scociale sostenibile. Nè va anche del nostro futuro transumano.

ponderata-mente ha detto...

La sostenibilità non va considerata al livello della singola risorsa, ma complessivamente. E la singola risorsa o il singolo ciclo va considerato nei termini del suo impatto sulla sostenibilità globale.

Per esempio, non è sostenibile un ciclo dei rifiuti che dia luogo ad un saldo positivo tra rifiuti prodotti e rifiuti smaltiti. E certo non vale appellarsi ad ipotetiche soluzioni future, le politiche di sostenibilità vanno elaborate in ragione delle tecnologie disponibili.

Il risultato relativo a più cicli o risorse può anche comportare bilanciamenti reciproci; ma questo non è, per esempio, il caso dei rifiuti, il cui accumularsi (almeno per il momento) non può essere scontato da nessun altro ambito.

Painlord2k ha detto...

Come si fa a tenere questi conti? Già sarebbe difficile, se non impossibile, farlo con una singola risorsa (perché ogni risorsa è sostituibile, in un modo o in un altro e ogni consumo deve competere con altri consumi). Diventa inimmaginabile farlo con tutto. le motivazioni sono sempre le stesse: "Socialists can not calculate", come scriveva Mises 90 anni fa; e nessuno ha potuto dimostrare che si sbagliava.

L'unico modo resta il mercato libero (non regolato dallo stato, ma che rispetti la proprietà privata). Se una risorsa scarseggia, compresa la pulizia del territorio, la domanda insoddisfatta di questa risorsa crescerà, insieme al prezzo che si è disposti a pagare per ottenerla.

La pesca in alto mare è un problema solo quando le zone di pesca sono gestite sotto forma di un "liberi tutti" di pescare. Le quote servono a poco, perché i pescatori hanno incentivi a sforare (e poi è difficile sapere e decidere quali sono le quote giuste e come ripartirle). Al contrario, assegnando (vendendo) tratti di mare a singole imprese di pesca in esclusiva, queste le trattano come risorse che devono essere conservate. Non hanno più l'incentivo di pescare il più possibile immediatamente perché quello che non pescano loro sarà pescato da altri. L'incentivo diventa di massimizzare il reddito nel lungo periodo, perché la risorsa può essere sfruttata solo da loro. Ogni pesce pescato di troppo implica due o più pesci pescati di meno l'anno successivo.

Ma, ovviamente, queste sono soluzioni che non piacciono al 99% delle "angurie" politiche (verdi fuori, rossi dentro).

Il mercato è il sistema migliore per allocare le risorse in modo razionale, a seconda delle richieste del mercato (cioè delle persone che sono disposte a spendere il loro denaro). Se c'è una carenza di "natura", "benessere", "progresso scientifico", "tecnologia", etc. il mercato è il miglior modo di soddisfarla.

ponderata-mente ha detto...

Il solο mercato non va oltre il breve e brevissimo periodo, et idem i politici (che siano rossi, neri, verdi o viola non fa differenza) se non controllati da una opinione pubblica consapevole e informata.

L'esempio della pesca è ottimo per esemplificare un possibile fallimento di un mercato regolato solo da sé stesso. Una impresa come quella descritta, qualora la pesca fornisca rendimenti inferiori ai massimi del mercato, avrebbe invece tutto l'incentivo a massimizzare il profitto a breve termine, anche con comportamenti distruttivi della risorsa, per poterlo investire su altri mercati più redditizi.

La complessità contabile è evidente ma anche la necessità di farvi fronte; intanto si può tenere conto dei sotto-sistemi più semplici: se i mucchi di spazzatura invadono la città o le discariche divorano le campagne, i conti sono abbastanza semplici; allo stesso modo per le specie e gli habitat prossimi all'estinzione.

Ovviamente, però, è bene che la politica stia lontana dagli ambiti in cui il mercato riesce a regolarsi da sé.

Painlord2k ha detto...

Avere politiche controllabili dai cittadini implica avere uno stato minimo. Altrimenti è semplicemente impossibile controllare quello che fa lo stato. Non ne sono in grado i governi, figurarsi i semplici cittadini. Non hanno le risorse, ne la collaborazione dei controllati.
Una opinione pubblica informata è, fondamentalmente, una chimera. Perché essere informati di tutto è semplicemente impossibile, anche se lo si facesse come lavoro a tempo pieno. Se fosse possibile, l'Unione Sovietica non sarebbe crollata.

L'esempio della pesca in alto mare viene dalla Nuova Zelanda: "Quota Management System" http://www.unitedfisheries.co.nz/content/quota-management-system
Li sono una trentina di anni che funziona senza problemi; con questo sistema hanno risolto i problemi precedenti.

Il punto è che il mercato funziona sempre meglio della gestione burocratica / politica. Questo è un fatto sia empirico che logico. Quelli che chiamano fallimenti del mercato, quando si guarda da vicino, sono sempre fallimenti dovuti all'ingerenza dei politici (eletti o non eletti)con leggi e leggine che impediscono alle persone di agire liberamente e essere responsabili delle proprie azioni (cioè di fare quello che gli pare nel rispetto della libertà altrui e raccoglierne i frutti nel bene e nel male).
Che poi la gente non voglia fare quello che a me, te o al politico di turno piacerebbe, è un'altro discorso. O la gente è libera di decidere individualmente, oppure la libertà non significa nulla.

I conti, al contrario di quanto dici, non sono semplici: con i cumuli di immondizia a Napoli, la gente faceva le barricate perché non voleva le discariche, gli inceneritori, non voleva fare la raccolta differenziata, etc.
Il conto era ben differente tra i cittadini dei luoghi dove dovevano attivarsi gli inceneritori e quelli della città che produceva rifiuti. Io non comprendo come si possa giustificare la preminenza della città su un paesino. Che i molti possano tiranneggiare sui pochi? I ricchi sui potenti? I cittadini sui campagnoli?

La soluzione di libero mercato è di lasciare ad ogni uno la sua monnezza e di punirlo se la scarica nel giardino del vicino o in strada. Dopo di che, vedrai, che con il tempo, qualcuno che paga per avere la sua monnezza portata via ci sarà. Si pagherà anche per avere merce con meno imballaggio possibile, se l'imballaggio mi causa un costo aggiuntivo personale per smaltirlo. Al contempo, chi ha il posto per costruire un inceneritore o una discarica (che non emetta inquinanti nocivi - ovviamente) dovrebbe avere il diritto di poterla costruire e attivare senza intralci a causa di leggi, leggine, sindaci, etc. Se uno inquina lo si porta in tribunale e gli si fanno pagare i danni. Altrimenti ha tutto il diritto di poter lavorare e fornire un servizio che gli viene richiesto.

Chi decide quali sono gli ambiti dove il mercato non riesce a regolarsi da se? La politica. Quindi, alla fine, è la politica che decide da quali ambiti stare lontana. Cioè da nessuno.

Alla fine, in questi ambiti, ci si riduce a dover accettare o riogettare delle regole etiche di base. Ogni volta che le si infrange, per un guadagno a breve termine si ottiene un danno a lungo termine. I tassi di interesse bassi sono bellissimi, fino a che durano e non si causa una recessione economica. Poi sono tutti li a piangere per il fallimento del mercato. Ma non è il mercato a decidere i tassi di interesse base, sono la Federal Reserve e la BCE e le altre banche centrali, che non rispondono al mercato, ma ai politici e possono stampare soldi e decidere i tassi di interesse unilateralmente.

Ma questo non è il posto per questo discorso.
Il mio consiglio, se leggi l'inglese, è di anzdare al sito del Mises Institute e scaricarsi uno dei libri che hanno messo, gratuitamente, a disposizione in pdf. "Economics in One Lesson" di Hazlit è uno dei classici. Altrimenti l'Istituto Bruno Leoni in italiano ha parecchia roba interessante.