2 febbraio 2010

Il 2010 quaranta anni fa

È l’arte più difficile; è, per dirla tutta, un’arte impossibile. Ma prevedere il futuro – di questo sto parlando – è anche un’arte indispensabile: non possiamo rinunciare del tutto ad anticipare, sia pure per vaghi accenni, in quale direzione stiamo andando, cosa ci aspetta dietro la prossima collina.

I metodi non mancano: modelli matematici, curve esponenziali e logistiche, scenari; ma nel migliore dei casi sono ovviamente solo delle euristiche, tecniche empiriche che possono farci avvicinare alla verità ma non possono dimostrarla rigorosamente. Fra i tanti, un sistema accessibile e non privo di efficacia è quello di esaminare le previsioni fatte in passato, cercando di imparare dai successi e – soprattutto – dagli errori di chi ci ha preceduto. Siamo nel 2010; nulla di meglio, allora, che esaminare un romanzo di fantascienza di qualche tempo fa ambientato in quest’anno. Non il ben noto 2010: Odyssey Two di Arthur C. Clarke, ma Stand on Zanzibar (Tutti a Zanzibar nell’edizione italiana della Nord, che è del 1977) dello scrittore britannico John Brunner (1934-1995), scritto nel 1967 e pubblicato nel 1968. Il libro si presta al nostro scopo: grazie a una tecnica narrativa particolare, che Brunner aveva preso in prestito dai romanzi di John Dos Passos, e che utilizza titoli di notiziari, spot pubblicitari, canzoni, slogan governativi, conversazioni casuali, citazioni di libri, nonché una folta schiera di personaggi e molteplici fili narrativi, ci ritroviamo in mano un affresco inusualmente dettagliato. Non ne riassumo la trama, che è secondaria rispetto ai nostri scopi, e passo direttamente all’esame delle predizioni.

Brunner ha azzeccato più di un pronostico. Il più impressionante è quello sulla composizione dell’Europa unita: nel romanzo si fa un cenno al presidente di turno «del Consiglio dell’Europa Comune», che è un polacco. Brunner scriveva nel 1967, quando non solo l’Europa era divisa in due campi contrapposti, ma persino la politica della distensione fra USA e URSS doveva ancora iniziare. Eppure l’autore indovina che la potenza che si contrappone agli USA è la Cina, non la Russia; nel mondo di Stand on Zanzibar esiste ancora l’URSS, ma è nettamente defilata. Come se non bastasse, la Polonia assumerà per la prima volta la presidenza del Consiglio dell’Unione nel 2011: Brunner ha sbagliato di un solo anno! Altro particolare azzeccato: il Sudafrica è governato dai neri (anche se in seguito a una rivoluzione, non per un’evoluzione pacifica).

Molto buona è la previsione sullo stato delle biotecnologie: undici anni prima di Louise Brown, Brunner anticipa fecondazione in vitro e selezione del sesso; si sbaglia dando già per disponibile la clonazione umana, ma la descrive correttamente come una tecnica ancora difficile da padroneggiare. Lo stato dell’ingegneria genetica che prevede, sei anni prima dei primi esperimenti col Dna ricombinante, è molto simile a quello effettivo del nostro tempo. Brunner riesce anche ad anticipare le ambizioni dell’Estremo Oriente in campo biotecnologico: il suo dottor Sugaiguntung ricorda, anche se molto vagamente, la figura di Hwang Woo-Suk.

Notevole è anche una previsione per così dire «in negativo»: a differenza della maggior parte dei suoi colleghi dell’epoca, Brunner non cade nell’errore di dipingere un futuro in cui l’esplorazione dello spazio abbia un’importanza fondamentale. La sua Base Lunare Zero sembra un exploit isolato, più o meno come la nostra Stazione Spaziale Internazionale.

Dato che ignoriamo i meccanismi di pensiero di Brunner, queste previsioni azzeccate ci aiutano però poco. Più utili sono quelle sbagliate, perché le cause degli errori sono abbastanza trasparenti. In qualche caso la previsione era semplicemente troppo difficile: la Cina di Stand on Zanzibar sembra essere integralmente comunista; scrivendo all’inizio della Rivoluzione Culturale Brunner non avrebbe certo potuto prevedere le riforme di Deng. L’autore anticipa correttamente il peso del terrorismo sulla società americana, ma i suoi terroristi e sabotatori sono domestici e filocinesi, non islamici. Brunner sembra aver presentito l’avvento di gruppi come quello dei Weathermen (attivi dal 1969), ma le conseguenze a lunga scadenza dell’invasione sovietica dell’Afghanistan gli erano per forza di cose precluse.

In un paio di occasioni Brunner è stato semplicemente sfortunato: se avesse scritto il libro un solo anno dopo, sarebbe stato testimone dell’Offensiva del Tet, e avrebbe probabilmente evitato di dipingere gli USA impegnati ancora in una guerra stile Vietnam (con tanto di coscrizione obbligatoria) nel sudest asiatico. Sempre nel 1968 avrebbe potuto leggere l’enciclica Humanae vitae, e si sarebbe così reso conto che la Chiesa era ben lungi dall’accettare gli anticoncezionali, e che pertanto non si sarebbe verificato uno scisma come quello che prevedeva. I suoi eretici Cattolici Veri, contrari alla pillola, assomigliano in realtà moltissimo ai cattolici ortodossi di oggi.

In qualche caso è possibile che la predizione abbia contribuito (assieme a molte altre analoghe) a impedire il proprio avveramento: che oggi ci siano ancora balene potrebbe dipendere in minuscola parte anche dal fatto che Brunner le dava per estinte entro il 1989, concorrendo a creare un allarme e a far approvare la moratoria della caccia.

La fonte principale di errore è, come c’è da aspettarsi, l’estrapolazione acritica a partire dalle tendenze attive all’epoca. La moda femminile non ha continuato a ridursi (dalla traduzione italiana di Renato Prinzhofer: «Il modello qui illustrato è “Cortigiana”. Ma dovresti vedere “Sgualdrina”. Se riesci a vederlo»), né le droghe a diffondersi – almeno non troppo: niente marijuana legalizzata, niente Splodcranium o Triptina (immaginarie droghe psichedeliche). Qui davvero Stand on Zanzibar dimostra in pieno tutti i suoi anni. Anche il tema centrale del libro, la sovrappopolazione, soffre di estrapolazioni avventate. Brunner, è vero, ha quasi azzeccato l’entità della popolazione mondiale (7 miliardi per lui, 6,8 nella realtà; saremo in 7 fra poco meno di tre anni), ma le stime per i paesi occidentali sono di gran lunga fuori bersaglio: 400 milioni per gli USA (310 nella realtà), 100 per il Regno Unito (sono solo 61). La New York del romanzo conta 13 milioni di abitanti, la nostra 8 e mezzo. La causa è presto detta: Brunner ha estrapolato ingenuamente la crescita impetuosa dovuta al baby-boom degli anni ’50 e ’60. Nel Regno Unito, per esempio, il tasso di fertilità aveva toccato il picco nel 1964, grazie a un secondo boom; ma negli USA il massimo era stato raggiunto nel 1957 e nel 1967 il tasso era già declinato in modo vistoso, il che avrebbe dovuto mettere l’autore sull’avviso. Cosa ancora peggiore, Brunner sembra aver equivocato il verso di una tendenza: la premessa implicita delle sue descrizioni di sovraffollamento urbano (con gli abitanti costretti a coabitare!) pare essere che la densità di popolazione delle grandi città sia in costante aumento, mentre invece – soprattutto in America – è vero il contrario, principalmente a causa della crescita dei suburbia, come dimostrano per esempio i dati storici di New York. Il tessuto urbano si espande, ma in genere non si infittisce.

Queste premesse errate generano a loro volta predizioni irrealistiche. Per Brunner la pressione demografica avrebbe causato drastiche limitazioni della libertà individuale: leggi eugenetiche e messa fuori legge del tabacco per alleggerire i costi sanitari, abolizione delle auto private per evitare congestione e inquinamento. Lo Stato ha in Stand on Zanzibar un potere di cui è privo nel vero 2010; forse non è un caso che il romanzo sia stato scritto all’epoca della Grande Società johnsoniana. Particolarmente improbabili appaiono le conseguenze psicologiche del sovraffollamento: Brunner immagina un’epidemia di raptus di follia omicida scatenati dalla prossimità di troppi estranei. Qui oltre alle premesse sembra errata anche la teoria alla base del pronostico.

In altri casi, al contrario, l’autore ha mancato di estrapolare tendenze già in atto. Come la quasi totalità degli autori di fantascienza, Brunner non ha previsto l’arrivo dei personal computer, anche se a differenza di molti era consapevole dei loro usi potenziali. Li immagina troppo costosi per le famiglie del 2010; eppure già nel 1965 era apparso l’articolo in cui Gordon E. Moore enunciava per la prima volta quella che sarebbe divenuta la sua legge eponima, prevedendo fin dalle prime righe l’avvento di «meraviglie come gli home computer» e mostrando la chiara tendenza alla riduzione dei costi e all’aumento delle prestazioni. I primi computer personali sarebbero apparsi nel 1977, 9 anni appena dopo la pubblicazione del romanzo. Ovviamente neppure Internet compare in Stand on Zanzibar, anche se l’autore presagisce vagamente qualcosa nella forma di non meglio specificate «enciclopedie telefoniche».

Una fonte di errore particolarmente insidiosa, che affligge da sempre le previsioni futurologiche, consiste in quella che potremmo chiamare «l’illusione del gadget»: la credenza infondata che il fascino esercitato dall’innovazione tecnologica sul tecnofilo conquisterà immancabilmente anche il pubblico generico dei consumatori. Brunner ci cade di rado, ma comunque ci cade: col videotelefono – un oggetto che nessuno ha mai voluto e probabilmente mai nessuno vorrà – e con la Cupola Fuller, una cupola geodetica con cui nel 1965 Buckminster Fuller aveva proposto di coprire Manhattan, e il cui rapporto costi/benefici è sicuramente molto più alto di quanto Fuller e Brunner pensassero.

C’è infine «la fallacia dei quarant’anni da adesso»: la tendenza a porre fra 30-50 anni un’innovazione che ci appare intuitivamente possibile, senza sapere però in che modo concreto arrivarci – col risultato che essa rimane perennemente una quarantina d’anni nel futuro. Un caso notorio è quello dell’energia da fusione; un altro sembra essere quello dell’intelligenza artificiale, che Brunner prevedeva 43 anni fa per i nostri giorni con il computer autocosciente Shalmaneser (il cui dialogo con uno dei protagonisti costituisce in compenso la pagina più emozionante di Stand on Zanzibar), e che nel vero 2010 continuiamo a prevedere fra 30-50 anni...

In conclusione, una sola cosa possiamo anticipare con assoluta certezza del futuro, che lo distinguerà sempre da ogni nostra possibile previsione o fantasia; ed è proprio John Brunner a enunciare questa verità nel suo romanzo: «il mondo materiale rimarrà sempre identificabile in base a questa caratteristica inconfondibile: che esso, ed esso soltanto, ha il talento di coglierci sempre e completamente di sorpresa».

Giuseppe Regalzi

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ringrazio Giuseppe Regalzi per questo articolo molto interessante. Trovo l'analisi delle previsioni "sbagliate" molto equilibrata. Interessante anche il meccanismo psicologico secondo cui si verifica "la tendenza a porre fra 30-50 anni un’innovazione che ci appare intuitivamente possibile, senza sapere però in che modo concreto arrivarci", meccanismo che sicuramente incide su tematiche come la Singolarità, la AI, la "matusalemmità" ecc...

Estropico ha detto...

Aggiungo all'ottima lista presentata nell'articolo di Giuseppe un'altro fattore da tenere a mente quando cerchiamo di prevedere il futuro, la "legge di Maes-Garreau".

La legge di Maes-Garreau sostiene che le piu' positive previsioni sullo sviluppo di tecnologie future tendono a ricadere entro il "Punto di Maes-Garreau", un'idea di Kevin Kelly secondo la quale c'e' una tendenza, fra futurologi, di prevedere l'arrivo di tecnologie future entro le proprie aspettative di vita - con particolare riferimento all'arrivo della singolarita' tecnologica.

http://en.wikipedia.org/wiki/Maes-Garreau_Law