12 febbraio 2010

Aneddoti di I.A., di Andrea Vaccaro

Ecco un'altro degli articoli di Andrea Vaccaro dalla sua rubrica su l'Avvenire (l'Antipinocchio). Per comodita' ho creato una sezione dedicata agli articoli di Vaccaro all'interno del blog, intotolata, appunto, Antipinocchio. Qui invece un'intervista a Vaccaro, su Estropico.org.

La storia dell’Intelligenza artificiale è ricca di aneddoti, piccole leggende, battute umoristiche come quella del sopravvalutato traduttore istantaneo che, messo alla prova nel passaggio dall’inglese al russo della frase: «Lo spirito è forte, ma la carne è debole”, restituì qualcosa del tipo: «La vodka è ottima, ma la bistecca è andata a male». Nelle varie storie di automi compare spesso – sebbene senza riferimenti bibliografici – il nome di Alberto Magno quale costruttore di un manichino automatizzato dalle proporzioni umane che fungeva da cameriere-servitore nel monastero domenicano di Colonia. Secondo un primo finale della leggenda, l’automa fu ridotto in frantumi da Tommaso d’Aquino che vide in esso un’opera diabolica; secondo una versione alternativa, esso fu ancora distrutto da Tommaso, ma non come soluzione finale nei confronti di un atto di stregoneria, piuttosto per un motivo molto più terreno, ovvero in un gesto di rabbia non trattenuta per il pesante cigolio dei passi dell’androide che lo distraeva continuamente dagli studi.

Ad un’epoca assai più recente risalgono due autorevoli finezze di segno opposto. La prima appartiene a John Presper Eckert, progettista di Eniac, il primo calcolatore elettronico numerico. Eniac si inoltrava spedito all’interno del territorio delle “funzioni intelligenti”, ma i suoi detrattori, invece di riconoscere ciò, ad ogni passo avanti del computer preferivano restringere concentricamente la definizione di “intelligenza” a operazioni sempre più essenziali, in modo da lasciarlo sistematicamente fuori. Indispettito da questa strategia, Eckert ad un certo punto concluse: «Dopo 17 anni di esperienze, vorrei consigliare ai miei oppositori di smettere di scervellarsi con sempre nuove definizioni di “intelligenza” e adottare questa: “intelligenza è quello che i computer non sanno fare”. E’ molto comoda e vale sempre, via via che il computer farà progressi». Non tutti sono, però, così fiduciosi nelle possibilità del computer. Karl Popper aveva assistito ad un convegno dove Alan Turing, forte della sua Macchina universale, sfidava: «ditemi cosa secondo voi non è in grado di fare un computer ed io ne costruirò uno apposta». Popper rimase silenzioso quella sera, ma al mattino scrisse una lettera a Turing: «Caro collega, ma se i computer possono fare tutto, Lei cosa ci sta a fare?». Il filosofo si riferiva allo spirito di iniziativa, quello di cui «qualsiasi bambino è pieno», ma è totalmente assente nei computer.

L’aneddoto più sottile, però, rimane lo scambio tra il programmatore Herbert Simon e Bertrand Russell, già autore, con Alfred N. Whitehead, degli imponenti Principia Mathematica. Il 2 ottobre 1956, Simon comunicò per lettera a Russell che il proprio programma Logic Theorist aveva risolto pressoché tutti i teoremi dei Pincipia. Esattamente dopo un mese, Russell redige la sua risposta: «Caro Sig. Simon, grazie per la Sua gentile lettera. Sono deliziato dall’apprendere che i Principia Mathematica possono adesso essere fatti dalle macchine. Avrei solo desiderato che Whitehead ed io avessimo saputo di questa possibilità prima di sciupare dieci anni della nostra vita per fare la stessa cosa a mano». Senza un briciolo di pietà, Simon, poco dopo, scrive a Russell che il Logic Theorist ha dimostrato il teorema 2.85 in una forma più elegante rispetto a quella dei Principia. Russell, che è possibile immaginare sempre più prostrato, non mutò tono: «Sono entusiasta dell’esempio di cui Ella mi informa circa la superiorità della Sua macchina rispetto a Whitehead ed a me».

Il confronto tra intelligenza umana e Intelligenza artificiale, presumibilmente, continuerà a farci divertire.

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