Ricordo ai lettori inesperti che la Singolarità Tecnologica, attesa per il 2030/35, è definita come il primo "computer pensante e autocosciente" della storia, ovvero una Intelligenza Artificiale di tipo "forte", in grado non solo di competere ma di surclassare il cervello umano in tutte le sue funzioni e di rivoluzionare l'era tecnologica accelerandola esponenzialmente, oppure (per i catastrofisti) di estinguere la razza umana per sostituire ad essa un mondo di automi super-intelligenti. Il Mind Upload è invece la possibilità di riversare i contenuti di un cervello umano in un elaboratore elettronico in modo da svincolare la mente da un corpo fisico organico perituro.
Ad affermare che la Singolarità non è realizzabile non è ovviamente l'autore di questo post ma Roger Penrose, grande fisico ed eccelso matematico della università di Oxford il quale, fra l'altro ha scritto insieme a Hawkink il best-seller: "La natura dello spazio e del tempo". Penrose va oltre quello che è il problema della emulazione della mente umana in un computer esposto da John Searle, il matematico inglese nel suo libro "La mente nuova dell'imperatore" afferma che la coscienza è una entità "non algoritmica" e che essa non sarebbe emulabile da un computer, potente che voglia essere. A sostegno di questa ipotesi esso riporta tre esempi:
(1) Il teorema di incompletezza di Gödel. Tale teorema può essere utilizzato per dimostrare che l'intuizione matematica di cui si servono i matematici per ideare i loro teoremi è una capacità non algoritmica (e quindi non simulabile dalla computazione). Infatti, qualsiasi proceduta algoritmica un matematico usi per giungere a una verità matematica, ci saranno inevitabilmente delle proposizioni matematiche che la sua procedura non sarà in grado di risolvere. Ipotizzando che la mente del matematico funzioni in modo interamente algoritmico, l'insieme degli algoritmi da lui utilizzati non gli permetterebbe di giudicare la validità del sistema usato e quindi dei risultati raggiunti.
(2) Il fenomeno dell'arresto computazionale: Un computer, anche potentissimo sarebbe sicuramente riconducibile ad una Macchina di Turing universale e questa, posta di fronte a particolari compiti da svolgere, essendo essa un sistema puramente computazionale, non è in grado di arrestarsi e prosegue indefinitamente la propria attività. Un esempio sta nel semplice algoritmo che domanda se esista un numero dispari che sia la somma di due numeri pari. Un essere umano riesce abbastanza facilmente a giungere alla soluzione, e cioè che non si può mai ottenere un numero dispari dalla somma di due o più numeri pari. Ma come perveniamo a questa conclusione? Non certo effettuando tutti i possibili calcoli, dal momento che essi sono infiniti, bensì ricorrendo alle nostre facoltà intuitive (la nostra coscienza), che ci consentono in qualche modo di "vedere" la verità senza utilizzare procedure algoritmiche. Un computer programmato in funzione di tale compito, invece, continuerebbe ad eseguire operazioni di somma per un tempo illimitato, sulla base degli algoritmi forniti, perché non saprebbe quando fermarsi.
(3) La non computabilità della coscienza: secondo Penrose, la comprensione matematica (che poi non è altro che un caso particolare della più generale capacità di comprensione della mente umana) non è in alcun modo sovrapponibile a un processo puramente computazionale, basato sull'esecuzione di algoritmi. Lo stesso si può dire della coscienza, della creatività e anche della volontà, che presuppongono attività che non hanno nulla a che vedere con la computazione. I fenomeni che hanno luogo all'interno dei neuroni cerebrali rispondono a leggi ben definite e sono quindi assimilabili a processi computazionali. Pertanto essi non possono essere utilizzati per giungere a una spiegazione adeguata dei fenomeni mentali. Neppure la fisica quantistica ci è di molto aiuto, in quanto aggiunge al determinismo della fisica ordinaria una componente di casualità che si pone al di fuori di ogni possibilità di controllo. Ma allora come si spiega il fenomeno della "coscienza"? Questo nostro "supervisore mentale" che ci consente la facoltà di "intuizione"? Penrose ritiene che sia necessaria una nuova teoria fisica prima di compiere autentici progressi nella spiegazione del fenomeno: "Perché la fisica sia in grado di contenere qualcosa di così estraneo al presente quadro scientifico come il fenomeno della coscienza, ci dobbiamo attendere un mutamento profondo - che alteri le fondamenta stesse delle nostre opinioni filosofiche sulla natura della realtà". Il candidato più probabile per produrre il cambiamento auspicato sembrerebbe essere una teoria quantistica della gravità, ancora da scoprire, che potrebbe gettare nuova luce su fenomeni come la coerenza quantistica o la non località. Detti fenomeni potrebbero essere implicati in comportamenti non computabili che interesserebbero i microtuboli, strutture interne dei neuroni, capaci di favorire le particolari condizioni richieste per il verificarsi di questo tipo di fenomeni.
A parere di Penrose, l'evento cosciente nell'uomo, il passaggio cioè dallo stato di pre-coscienza allo stato di coscienza, avviene al raggiungimento da parte dei tubuli dello stato di massima "eccitazione coerente". Come gli elettroni nella superconduttività (i quali muovendosi all'unisono permettono alla corrente di fluire senza ostacoli) così la globalizzazione della coerenza tra i tubuli cerebrali permette il verificarsi del processo cognitivo. Il tempo di transizione dalla fase pre-cosciente alla fase cosciente con la conseguente attivazione del segnale motore che consente ad esempio di muovere un braccio, dura circa mezzo secondo. Il susseguirsi delle transizioni dal livello minimo al livello massimo di coerenza dei tubuli, costituisce il "corso della coscienza" ; lo scorrere del tempo. I fenomeni di coerenza quantistica oltre a spiegare razionalmente le dinamiche dei processi cognitivi, darebbero conto anche di quello che Penrose chiama "Senso Unitario" della mente. Il processo cosciente non può mai essere frutto dell'attivazione di una singola area del cervello ma deve scaturire dalla azione concertata in un gran numero di zone della mente. L'oscillazione coerente dei tubuli, la quale interessa la maggior parte del cervello, provvederebbe egregiamente a quel collegamento globale essenziale per l'estrinsecazione dell'atto mentale.
La conseguenza dell'applicazione della coerenza quantistica alla mente, è che i processi cerebrali non potranno mai essere pienamente simulati da un calcolatore. Infatti, un computer per quanto evoluto possa essere, deve pur sempre ragionare seguendo una logica deterministica e formale, ad ogni azione deve sempre corrispondere una reazione. Uno più uno deve sempre dare due. La coerenza quantistica alla base dei processi cerebrali invece, dovendo sottostare alle leggi della Meccanica Quantistica (le quali prevedono che qualsiasi sistema a loro soggetto debba sempre manifestare un certo grado di indeterminazione, di imprevedibilità), sfugge a questa logica. In altre parole l'aumento del grado di coerenza dei tubuli che deve condurre dallo stato di pre-coscienza allo stato di coscienza, può, seppur con probabilità molto bassa, fermarsi o accelerare spontaneamente, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Pensavo quindi, come mai Ray Kurzweil e Vernor Vinge (l'ideatore del termine Singolarità Tecnologica") non tengono conto di queste idee? Invece Vinge ne tiene conto e come! Questo suo post: What If the Singularity Does NOT Happen? sul sito Kurzweil A.I. si getta nella definizione di un possibile futuro per l'umanità ipotizzando che la singolarità non appaia mai. Vinge esplora le conseguenze di un mondo futuro in cui la Singolarità Tecnologica non è mai venuta alla luce e delinea 3 ipotesi di sviluppo. Alle ipotesi di Vinge io aggiungo queste:
(A) - "L'aumento della capacità di calcolo che si avrà nei prossimi anni potrebbe non essere sfruttata poichè a realizzare il software sarebbe sempre un "limitato" cervello umano il quale non potrebbe andare oltre i suoi limiti di complessità nel generare codice di programma per la macchina-computer. E tale macchina non sarebbe in grado di autoprogrammarsi e migliorare tale codice, quindi si rientra in un circolo vizioso.
(B) - "All'aumentare della complessità circuitale della macchina-computer, strettamente necessaria per aumentare le sue prestazioni computazionali, aumenterebbe di conseguenza il numero dei guasti imprevisti che il codice di programma incontra nel seguire vie sempre più tortuose tra le pipeline e i circuiti di pre-caching dei numerosi processori paralleli. Si deve tenere conto che gli attuali processori 'emulano' un codice macchina (x86 a 32 bit) molto inefficiente e che sarebbe indispensabile cambiare. Ma Intel non riesce a farlo (vedi il fallimento del progetto Itanium) non tanto perchè si perderebbe la compatibilità all'indietro ma per l'estrema complessità progettuale."
Mi scuso per la lunghezza del post ma l'argomento era troppo importante.
Ugo Spezza